IL BLOG DI ROBERTO DI NAPOLI

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Archive for the ‘riforma ordinamento giudiziario’ Category

Lo Stato, ancora, condannato per la durata di un fallimento.I politici prendano atto dei veri problemi della giustizia civile!!!

Posted by Roberto Di Napoli su 31 gennaio 2010

ParlamentoNon so se i parlamentari, i politici, abbiano davvero compreso la gravità della situazione in cui si trova, in Italia, la giustizia civile. Credo che molti, soprattutto i parlamentari-avvocati, dovrebbero tornare più spesso nelle aule di giustizia ed assistere, magari, alle udienze prestando particolare attenzione ai rinvii tra un’udienza e la successiva.

I tempi infiniti e la durata “irragionevole” di una causa civile, privando, spesso, la parte dei diritti fondamentali della persona umana, possono comportare pregiudizi gravissimi: il fallimento di un’impresa, la perdita di un patrimonio o, perfino, la compromissione dei mezzi di sussistenza.

Ancora più insidiosa è la durata irragionevole di una procedura fallimentare. In alcuni casi, anzi, oltre che irragionevole, è scandalosa perché, mentre il “fallito” attende di tornare “in bonis”, intorno alla procedura gravitano consulenti, legali, curatori, custodi, ausiliari ben pagati ma il cui operato non sempre, a mio avviso, è ineccepibile.

Giorni fa, mentre mi trovavo in una cancelleria a consultare un fascicolo, ho chiesto ad una cancelliera se, anche in quel Tribunale, ci fossero procedure eccessivamente lunghe. Ha risposto, sorridendo, che pende una procedura fallimentare da oltre trent’anni. Mi è venuto in mente un bellissimo aneddoto raccontato, oltre cinquant’anni fa, da Piero Calamandrei ne “L’elogio dei giudici” che, ricordando come dai tempi di Giustiniano il processo venisse immaginato come un organismo vivente che nasce, cresce e si estingue col giudicato, racconta come di una tale “personificazione” fosse consapevole un contadino toscano che gli chiedeva di assisterlo per un appello in una causa che, in primo grado, era durata sei anni. Diceva il contadino, con un accento di tenerezza -racconta Calamandrei- simile ad un nonno che presenta la nipotina alla maestra: “Sor avvocato, a questa causa mi ci sono affezionato. La metto nelle sue mani. Vede, l’ha sei anni: l’è digià grandina. La si può cominciare a mandare a scuola”.

Chissà cosa penserebbe Calamandrei oggi, nel vedere procedure fallimentari pendenti da oltre trent’anni e chissà, al posto del contadino, chi sarebbe il soggetto preoccupato ed intento a non farla “morire”. Di certo, non il fallito che, quasi sempre, coi vincoli personali e patrimoniali che lo colpiscono, soffre della durata.

Nonostante l’Italia sia tra i Paesi più volte condannati dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo per la durata eccessiva dei processi e malgrado i costi a carico dell’erario derivanti dalle condanne al risarcimento dell’equo indennizzo previsto dalla legge 24 marzo 2001 n. 89 (cd. legge Pinto), non tutti i cittadini lesi sanno di potere essere risarciti per la durata eccessiva del processo. E’, tuttavia, una magra consolazione se si considera che ciò che può essere risarcito è solo il danno non patrimoniale e patrimoniale conseguente alla durata eccessiva e non, ovviamente, il danno già oggetto del giudizio cosiddetto “presupposto”. Un’ulteriore anomalia e differenza rispetto a quanto affermato dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo che, in caso di violazione del termine ragionevole, riconosce l’equo indennizzo per ogni anno di durata del processo, è rappresentata dal fatto che la giurisprudenza italiana, sia di merito che di legittimità, riconosce, invece, l’”equo indennizzo”, per un modesto importo compreso tra 1000 e 1500 euro, solo per gli anni eccedenti quella durata che, secondo una valutazione complessiva della causa, sarebbe stata normale e ragionevole.

In materia fallimentare, come confermato in una recentissima pronuncia della Cassazione, la procedura semplice, con un solo creditore, dovrebbe durare tre anni o, se più complessa, al massimo, sette.Palazzaccio

A Roma, una coppia di anziani coniugi sottoposti a procedura fallimentare dal 1997 ha subito, negli anni, le più profonde umiliazioni. Titolari di un’attività commerciale avente ad oggetto vendita di mobili per arredamenti, per colpa, principalmente, di due noti istituti di credito, hanno perso l’intero patrimonio senza neppure (così, a loro dire, consigliava il “difensore”) potere proporre causa di opposizione alla sentenza di fallimento. Hanno perso la casa e sono dovuti emigrare dall’Abruzzo nel Lazio, a casa dei figli. Hanno chiesto più volte al precedente giudice delegato e al curatore un sussidio alimentare: nonostante la presenza di un non indifferente attivo derivante dalla vendita del patrimonio gli è stato negato. Nessuno, né curatore né creditori né giudice, malgrado sollecitati, hanno inteso proporre cause di risarcimento dei danni alle banche responsabili dell’applicazione di interessi su interessi ed oneri illegittimi. Lui ha oltre ottant’anni e, da persona umile ed onesta, si sveglia di notte perché vorrebbe vestirsi e andare a lavorare. Mi ha chiesto più volte, disperato, di volere andare a Strasburgo per essere risarcito per la durata eccessiva della procedura. Gli ho spiegato che, dal 2001, bisogna adire il giudice nazionale, ossia, bisogna iniziare la causa in Italia e così, infatti, abbiamo fatto proponendo, con la mia difesa e con il prezioso aiuto del collega Giuseppe Pennino di Perugia, una causa per il risarcimento dell’equo indennizzo. Il mio povero amico e cliente ha rischiato di dovere preparare una nuova causa: quella per l’eccessiva durata anche di questo processo perchè, proposto il ricorso a Giugno, l’udienza era stata fissata …. a Marzo!!! Grazie alla sensibilità della Corte che ha accolto la mia richiesta di anticipazione, l’udienza è stata anticipata a Novembre. Ora, finalmente, la povera coppia, sperando di potere, un giorno, ottenere anche il risarcimento dalle banche responsabili, ha ottenuto un pur modesto riconoscimento in quanto la Corte d’Appello di Perugia (cliccare qui per leggere il decreto) ha riconosciuto, effettivamente, la durata eccessiva della procedura fallimentare prendendo atto anche del diritto al ristoro per il “protrarsi degli effetti personali del fallimento, vale a dire per la compressione che ne consegue per i diritti fondamentali della sfera giuridica del fallito”  . A prescindere dall’importo riconosciuto (conforme a quanto riconoscibile secondo gli standard europei e leggermente aumentato a causa dei particolari pregiudizi alla sfera personale del fallito), non appare del tutto condivisibile la durata ritenuta ragionevole che, nel caso di specie, è stata riconosciuta in dieci anni a causa della pendenza di azioni revocatorie (discostandosi, dunque, da quanto affermato dalla Cassazione). Credo, tuttavia, che le continue condanne a carico dello Stato dovrebbero fare riflettere maggiormente i politici non solo sul conseguente esborso a carico dell’erario ma, principalmente, sulla circostanza che, dietro ad ogni procedura, ad ogni causa durata eccessivamente, ci sono delle persone che soffrono a causa della persistente lesione ai loro diritti che, come si evince dai vari decreti “ex lege 89/2001”, nessuna condanna (per importi modestissimi e solo “simbolici”) può risarcire efficacemente in quanto le umiliazioni, la perdita della serenità, la compromissione della salute insite in ogni causa dai tempi infiniti sono pene indelebili ed irrisarcibili: e, spesso, a carico anche di chi, dopo venti o trent’anni, si scopre che aveva ragione. Roberto Di Napoli

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Sequestrata la villa all’ex magistrato

Posted by Roberto Di Napoli su 29 aprile 2009

So bene che è solo la notizia di un provvedimento cautelare, che ciò non significa condanna ed è ovvio che vige il principio di presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva. Mi chiedo, però, sempre se l’ipotesi accusatoria dovesse trovare conferma in una sentenza definitiva: è solo un caso singolare o ci sono altri soggetti simili, "in circolazione", in quei Palazzi nei quali il cittadino dovrebbe credere che regni soltanto la Giustizia? Credo che la vera riforma necessaria in questo Paese e di cui hanno bisogno i cittadini e la democrazia, se si vuole continuare a definire, il nostro, un Paese civile e democratico, sia la riforma dell’ordinamento giudiziario, l’introduzione di sanzioni più severe nei confronti del magistrato corrotto, di maggiori misure cautelari nel corso delle indagini preliminari (ritengo assurdo che, quasi sempre, se pendono indagini, il procedimento disciplinare venga sospeso e il magistrato "sospetto" possa continuare ad esercite le funzioni) e, prima ancora, la riforma della composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, del foro competente a giudicare i magistrati (attualmente disciplinato dagli artt. 11 c.p.p. e 30 bis c.p.c.) e della legge sulla responsabilità civile (l. 117/1988). Finchè non ci saranno queste riforme, continuerò a credere che "la casta" non sia solo quella dei politici. Roberto Di Napoli

Corriere della Sera.it
TORINO – La Guardia di Finanza ha eseguito in Piemonte una serie di sequestri nell’ambito dell’inchiesta che alcune settimane fa ha portato in carcere il magistrato (ora in pensione) Giuseppe Marabotto, ex procuratore di Pinerolo (Torino). IL SEQUESTRO – Le Fiamme Gialle del Gruppo Torino hanno messo i sigilli alla villa del giudice, che si trova a Cantalupa (Torino), ai terreni circostanti e a Leggi ancora

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Tangenti, arrestato ex capo della Procura

Posted by Roberto Di Napoli su 14 febbraio 2009

legge uguale x tuttiHo letto la notizia che riporto di seguito. L’adozione del provvedimento cautelare a carico di un ex procuratore, da una parte, conferma (sempre, ovviamente, col rispetto della presunzione d’innocenza) che esistono anche magistrati seri che non hanno remore o pregiudizi nell’indagare (e, perfino, arrestare) colleghi o ex colleghi; dall’altra parte, conferma che non esiste solo la casta dei politici. Oltre un anno fa, su questo mio blog, ho scritto alcune considerazioni e un mio commento ad un post pubblicato sul sito di Beppe Grillo: le avevo inserite in un mio post che avevo intitolato "La politica del nulla? e la giustizia in Italia?" (lo si può leggere cliccando qui). Scrivevo, in sostanza, che non mi meravigliavo se, come affermato dal comico, il politico italiano portasse il figlio in Parlamento per fargli vedere il seggio che gli avrebbe lasciato in eredità: ritenevo (e ritengo) altrettanto discutibili le consulenze affidate da magistrati ai loro parenti o a parenti dei colleghi. Ci sono alcune procedure fallimentari (posso fornire le prove) nelle quali il giudice affida consulenze o mandati difensivi a parenti di suoi stessi …. "amici" (senza che i giudici competenti territorialmente abbiano disposto misure analoghe a quelle adottate a carico dell’ex procuratore di Pinerolo). Ci sono giudici che convivono con mogli, amanti o figli che, indisturbati, esercitano nello stesso pianerottolo. Si cerca, però, tra libri, quotidiani e talk-show, di informare (e ritengo ciò apprezzabile e doveroso) sugli abusi, sui privilegi, sulla vita e sugli intrecci che hanno coinvolto e coinvolgono tanti politici ma non capisco perchè non si informi la gente, allo stesso modo, che insieme a tanti magistrati seri, onesti e preparati, esistono anche alcuni "personaggi" che non si comportano diversamente da quella che viene rappresentata, forse, come  l’unica "casta" esistente o la più scandalosa. L’accusa per la quale è stata disposta la misura cautelare di cui è stata data notizia nell’articolo (sempre se l’arresto, ovviamente, dovesse essere seguito da una condanna definitiva) potrebbe essere solo un esempio!!! Roberto Di Napoli 

Corriere della Sera.it
MILANO -Giuseppe Marabotto, l’ ex capo della Procura di Pinerolo (Torino), è stato arrestato con l’accusa di corruzione avrebbe incassato il 30% dei pagamenti effettuati sulle consulenze da lui disposte. Secondo quanto si è appreso a Milano, le consulenze ammontano a circa 10 milioni di euro e l’ex magistrato avrebbe avuto un ritorno, negli anni, di circa 3 milioni di euro. I pagamenti Leggi ancora

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«Sul carcere decidano tre giudici, non uno». Condivido la proposta ma non basta!

Posted by Roberto Di Napoli su 3 gennaio 2009

Pur non condividendo in pieno, in genere, le proposte del Pd ma auspicando serie riforme della giustizia che non si riducano all’aumento delle risorse economiche o del personale (ritengo ciò, certamente, importante ma non fondamentale dal momento che, a mio avviso, vi sono vari sprechi anche nei Tribunali: dalle perizie, spesso, pagate oltre il giusto dovuto ai termosifoni accesi fino a temperatura tale da far sentire gli utenti ai Tropici …. alla faccia delle vittime della malagiustizia o dei difensori col patrocinio a spese dello Stato che devono attendere anni prima di avere i loro compensi), condivido la recente proposta avanzata da un esponente Pd di istituire un organo collegiale sulle decisioni in tema di misure cautelari personali e spero, vivamente, che venga approvata. Sarebbe una garanzia maggiore per la libertà dei cittadini e non comprendo quale problema possa essere ragionevolmente avanzato per ostacolare tale riforma dell’organo che decide su un diritto fondamentale della persona umana quale è quello della libertà. Ritengo, però, che sia giunta l’ora di affrontare anche altre questioni che possono essere superate solo con una modifica seria della disciplina vigente. Mi riferisco, in particolare, alla modifica dell’attuale legge sulla responsabilità civile del magistrato, alla modifica della disciplina del foro competente territorialmente, ossia, del giudice che deve giudicare quando un collega magistrato è attore o convenuto in un giudizio oppure, nei procedimenti penali, imputato o persona offesa. E’, infatti, a mio avviso, insufficiente a fugare ogni dubbio di imparzialità l’attuale disciplina di cui all’art. 11 c.p.p. secondo cui, in seguito ad una modifica del 1998, a giudicare il magistrato persona offesa o imputato è il Tribunale di un luogo diverso rispetto a quello in cui esercita le funzioni, individuato in quello previsto da una tabella prefissata e invariabile (es: sui magistrati di Roma, competenti sono i giudici di Perugia; su quelli di Catanzaro quelli di Salerno, su quelli di Milano i colleghi di Brescia, ecc.). E’ ovvio, infatti, che, col tempo, la ratio può essere vanificata: a maggior ragione se i distretti in cui ha sede il giudice competente sono vicini e ……. invariabili. Credo che, nell’attuale era di internet e dell’informatica, sarebbe più conforme ad assicurare l’imparzialità e l’apparenza di imparzialità un sistema informatico, ad esempio, che, volta per volta, magari al momento della conoscenza della notitia criminis da parte della polizia giudiziaria o dell’organo inquirente, individui l’autorità giudiziaria competente per territorio cui trasmettere la notitiaOvvio che, in tal caso, dovrebbe costituire indispensabile "corollario" o "appendice" (sempre a garanzia dell’imparzialità) una norma che obblighi, con sanzioni severe in caso di violazione, l’autorità che, per prima, abbia avuto conoscenza del fatto ad aprire il procedimento immediatamente e a richiedere l’individuazione del giudice competente: ciò per evitare che sorga il minimo sospetto che si possa "interrogare" più di una volta il sistema informatico facendo una specie di "forum shopping" Nel sistema vigente, ho apprezzato molto la lettura di un’ordinanza di rimessione degli atti alla Corte Costituzionale con la quale il Tribunale di Ferrara ha, recentemente, sollevato la questione di legittimità costituzionale del vigente art. 11 c.p.p. laddove non prevede che soggetti ad un giudice territorialmente diverso siano anche i parenti del magistrato che esercita funzioni nel luogo dove dovrebbero essere giudicati secondo le norme ordinarie. Spero che la Consulta, accogliendo la questione sollevata, dichiari incostituzionale la norma suddetta. Sarebbe già un ottimo passo in avanti a garanzia dell’immagine di assoluta imparzialità e prestigio di cui la magistratura deve godere presso l’opinone pubblica!!! Sarebbe, poi, correttissimo se, anche in Italia, si imitasse un sistema vigente in uno Stato dove, addirittura, i magistrati appaiono alla cittadinanza lontani da ogni sospetto di parzialità in quanto, dopo un certo numero di anni, vengono trasferiti  in luogo diverso in modo che non possa sorgere alcun rapporto di amicizia che possa destare sospetti. Non credo, però, che questo straordinario sistema possa essere imitato: lo Stato in cui è adottato e descritto da Tommaso Moro circa mezzo millennio fa, infatti, si chiama ……. Utopia.
Nel mio (pur involontario) "status" di cittadino della Repubblica Italiana e, dunque, titolare pro quota  della sovranità di cui all’art. 1 Cost. suggerirò, nei prossimi giorni, a vari politici il mio "pacchetto" di riforme (pur col timore che non venga letto). Roberto Di Napoli

Corriere della Sera.it
ROMA — «Bene, alla fine è stata evitata un’ingiustizia contro Margiotta… Però è arrivata l’ora di affidare le decisioni sulla custodia cautelare a un collegio di magistrati e non più a un solo giudice». Lanfranco Tenaglia, ex magistrato, già consigliere togato del Csm, ora ministro ombra del Pd per la giustizia, ha solidi argomenti per lanciare una proposta al Pdl che potrebbe essereLeggi ancora

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BUON ANNO (sperando in un Paese più civile) !!!

Posted by Roberto Di Napoli su 3 gennaio 2009

auguri buon anno 2009Con l’auspicio che il 2009 porti a tutti tanta serenità,
che sia anche l’anno della annunciate riforme
che permettano ad ogni cittadino di poter confidare
in un Paese più civile e in una giustizia più giusta,
amministrata da giudici che appaiano (oltre ad esserlo)
sempre imparziali, effettivamente responsabili e soggetti
alle leggi e alle sanzioni
come tutti i cittadini,
sperando che le promesse non restino solo
fuochi d’artificio,
i miei più cari auguri di
BUON ANNO!!!
Roberto Di Napoli

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Morta un’altra vittima dei “processi facili” e della malagiustizia

Posted by Roberto Di Napoli su 29 dicembre 2008

Sono rimasto dispiaciuto nell’apprendere la notizia della morte di Claudio Vitalone. Non lo conoscevo come giudice ma l’ho conosciuto, quando ero bambino, come …. persona umana; pur non conoscendo gli atti del processo nel quale, anni fa, fu accusato insieme ad Andreotti, addirittura, di concorso nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, non ho mai minimamente creduto alla tesi accusatoria nè, tanto meno, agli articoli sui quotidiani. Lo ricordo, oltre vent’anni fa, nel Salento dove, più volte, è stato eletto senatore, la sua passione per la pesca e l’affetto della sua famiglia molto unita. La sua morte e, soprattutto, la sua odissea giudiziaria che ne ha determinato l’esclusione dalla vita politica e che lo ha visto infangato sui giornali ed accusato di un delitto così grave, salvo, poi, essere assolto dopo essere stato diffamato, dovrebbe fare riflettere: ancora di più in questo momento in cui (a volte senza nemmeno immaginare cosa si provi  quando si è accusati ingiustamente, umiliati o privati della propria dignità) politici, magistrati, politici ex magistrati e magistrati che fanno politica parlano di "riforma della giustizia". Si parla o si scrive della casta dei politici, dei conflitti di interesse, degli abusi di alcuni in favore di parenti, ma si ha quasi imbarazzo (o paura?) di parlare o scrivere di analoghi (o, forse, più scandalosi) intrecci nella casta dei giudici (intendo, ovviamente, alcuni che screditano il lavoro di tanti altri, per fortuna, onesti magistrati). Si ha, perfino, paura, forse, di parlare e porre rimedio alle sempre più numerose sofferenze patite da persone sbattute in galera o sulle prime pagine e, poi, dopo avere perso il lavoro o "la faccia", assolte. Politici e magistrati dovrebbero avere una minima idea di quanto siano atroci le sofferenze che la malagiustizia puo’ determinare nell’esistenza della persona, nella sua famiglia, ma, soprattutto, nell’organismo umano. Puo’ finire tutto, puo’ arrivare la sentenza che chiarisce l’estraneita’ dell’accusato o la sentenza che definisce un giudizio civile ma i soprusi, i dispiaceri e le ingiustizie restano indelebili, impermeabili, indifferenti a qualsiasi risarcimento (se si ottiene). Chi difende, ad oltranza, l’attuale sistema di ir-responsabilita’ civile e disciplinare dei magistrati, il magistrato (o ex) che pensi di apparire estraneo alla casta dei politici salvo, poi, difendere altre caste o i suoi interessi personali dovrebbe avere una minima idea di quanto l’ingiustizia possa far soffrire.
Claudio Vitalone, dopo essere stato assolto, ha dovuto, perfino, lottare, davanti ai giudici amministrativi, contro il  CSM che gli negava i benefici previsti dalla cd. legge "Carnevale". Roberto Di Napoli

Corriere della Sera.it
ROMA – Il magistrato ed ex senatore Dc Claudio Vitalone è morto a Roma la notte scorsa al policlinico Umberto I dove era stato ricoverato per problemi respiratori. Vitalone, 72 anni, al fianco di Giulio Andreotti, venne coinvolto in diversi procedimenti penali e indagini: omicidio Pecorelli per i suoi presunti collegamenti con la banda della Magliana (assolto), ricerca di informazioni nelle Leggi ancora

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Tremonti:«Se le banche falliscono banchieri a casa.. o in galera».La mia opinione:”…Tanti dovrebbero stare già da tempo”

Posted by Roberto Di Napoli su 12 novembre 2008

ParlamentoLa dichiarazione odierna del Ministro Tremonti non può che essere apprezzata e costituire un motivo di speranza per quanti, risparmiatori, consumatori o imprenditori, hanno subito i più gravi soprusi da parte delle banche. La precisazione del Ministro dell’Economia secondo cui i prossimi interventi statali devono essere intesi quali aiuti a tutela del risparmio e non delle banche e che, in caso di fallimento degli istituti di credito, i manager devono andare o a casa o in galera, sarebbe, tuttavia, ancora più apprezzabile se il Ministro prendesse atto che l’attuale crisi in Italia è aggravata anche da altri fatti che costituirebbero il presupposto, già ora, per mandare in galera vari manager se la Giustizia funzionasse correttamente. L’economia italiana nonchè migliaia di famiglie sono state e sono, infatti, gravemente danneggiate a causa di pretese che, sebbene la parte sana, imparziale, onesta e preparata della magistratura, da oltre un decennio, ritiene illegittime, le banche continuano ad avanzare nei confronti delle imprese, di certo, più deboli rispetto alla potenza dei colossi bancari e ai conflitti di interesse presenti in molti magistrati quando si trovano a giudicare. La legittimità di tali pretese, purtroppo, non sempre viene vagliata dai giudici tempestivamente e prima che danneggino gli imprenditori o i clienti bancari. Le banche, infatti, abusando di una norma (art. 50 d.lgs 385/1993) e certificando quali "certi, liquidi ed esigibili" crediti che, invece, tutto sono tranne che certi visto che, spesso, poi, si rivelano infondati all’esito del giudizio (molte volte eccessivamente lungo con costi anche per lo Stato), riescono, spesso, ad ottenere decreti ingiuntivi provvisoriamente esecutivi sufficienti a distruggere un’impresa -con conseguente licenziamento dei dipendenti- o a distruggere la serenità, la salute e la dignità di una persona o di famiglie. Non può essere dimenticato -e il Ministro dell’Economia e della Giustizia sanno benissimo- che, nonostante sin dal 1999, la giurisprudenza unanime continua a ribadire il divieto di interessi su interessi, delle commissioni di massimo scoperto non validamente pattuite e il diritto alla restituzione di quanto ingiustamente pagato dalle imprese nel corso del rapporto, le banche, probabilmente certe dell’impunità e della loro onnipotenza, continuano, indisturbate, a richiedere decreti ingiuntivi o istanze di fallimento. A concederli, più di una volta, sono stati magistrati in situazioni, a mio avviso, simili o forse più gravi dei conflitti di interesse di cui quotidianamente si accusa trovarsi Berlusconi o chi, comunque, è stato eletto dal popolo. Posso fornire la prova, infatti, di una sentenza di fallimento emessa, alcuni anni fa, da un collegio composto da un magistrato parte mutuataria (al 4% circa nel 1999), e da un altro giudice, invece, correntista, di quelle stesse banche (rapppresentate da funzionari indagati per usura ed estorsione) che la richiedevano; è nota e, qualche volta, pubblicizzata anche negli uffici giudiziari l’esistenza di convenzioni tra determinate banche e magistrati che, solo per questo motivo, avrebbero l’obbligo, piuttosto che giudicare laddove parte è quella banca, di astenersi e far assegnare la causa ad altro giudice. Solo per avere un’idea di quanto incide il solo addebito di interessi su interessi e di come, spesso, il saldo del conto corrente (soprattutto relativi a rapporti sorti prima del 2000) non coincide con quello che la legge e la giurisprudenza ritengono lecito, faccio un esempio ipotizzando un tipico contratto di conto corrente con apertura di credito ad un tasso "normale" fino a non molti anni fa: l’utilizzo di un affidamento di 100.000.000 di vecchie lire al tasso del 20% annuo dovrebbe diventare, in dieci anni, circa trecentomilioni di vecchie lire; secondo i calcoli della banca, ossia, a causa dell’anatocismo, ne diventerebbero oltre settecento; in vent’anni, si trasformerebbero in oltre un miliardo; se si applica anche la commissione di massimo scoperto dell’1% diventano oltre quattromiliardi. Si pensi a quante imprese fatte fallire, a quante persone o famiglie, ancora oggi, private della serenità e a quanti mutui con ipoteca immobiliare stipulati per coprire debiti, in realtà, insussistenti verso le stesse banche. La pretesa di somme non dovute con la minaccia di azioni legali esercitate per fini diversi da quelli consentiti dall’ordinamento costituisce l’elemento di un grave reato. Sarebbe sufficiente, dunque, Illustre Ministro, che i giudici applicassero severamente le leggi già esistenti per spedire in galera o per mandare a casa -sospendendone le funzioni – vari dirigenti che, ancora in circolazione, continuano, invece, a contribuire alla crisi dell’economia e alla distruzione di tante imprese e famiglie. Sono sicuro che se le banche fossero costrette a rinunciare a pretese illecite e se gli amministratori o direttori fossero severamente puniti -previa sospensione delle funzioni- in caso di richiesta di somme non dovute, si otterrebbero benefici, innanzitutto, nel funzionamento della giustizia civile (e, in primo luogo, nel settore delle esecuzioni immobiliari e mobiliari che verrebbe "depurato" a vantaggio, anche in termini di durata delle procedure, dei creditori effettivi ed onesti); ne deriverebbe, inoltre, di sicuro, un sensibile rilancio dell’economia e della voglia degli imprenditori di "fare impresa" con garanzia della certezza del diritto piuttosto che dell’impunità di tanti estorsori ed usurai impuniti. Roberto Di Napoli

Corriere della Sera.it
ROMA – Lo strumento allo studio del governo per finanziare l’economia e aiutare il sistema bancario ad affrontare la crisi dei mercati sarà quello dell’emissione da parte del Tesoro di prestiti obbligazionari. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, durante un’audizione al Senato, sottolineando che la misura entrerà nel prossimo decreto in via di emanazione. «Uno strumento – Leggi ancora

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In ogni città, una via dedicata a Tortora e alle vittime della malagiustizia come per Falcone, Borsellino e altri eroi

Posted by Roberto Di Napoli su 6 luglio 2008

Ho letto sul sito dell’associazione "Giustizia Giusta" (cliccare qui per leggere la notizia)che, dopo non poche difficoltà, a Genova è stata dedicata, recentemente, una Galleria ad Enzo Tortora. Non pensavo che, dopo oltre vent’anni, ci potesse essere, ancora, chi lo reputasse inopportuno (paura, timore o vergogna?). Riporto, di seguito, il mio commento pubblicato anche sul sito di Giustizia Giusta.

Sono molto contento che, alla fine, pur dopo non poche difficoltà, a Genova sia stata dedicata una Galleria ad Enzo Tortora. A mio avviso, deve essere maggiormente sensibilizzata l’opinione pubblica su ciò che può comportare un errore giudiziario o, talvolta, ….. una persecuzione giudiziaria. E’ inutile tentare di nasconderlo: il caso "Tortora" è stato un esempio clamoroso di errore giudiziario ma, dopo venticinque anni dal 17 Giugno 1983 (data dell’arresto di Tortora), mi pare che non sia cambiato molto nè siano stati adottati strumenti per evitare che si ripetano "errori" analoghi. Ci sono state e ci sono, tuttora, tante vittime di "malagiustizia" e di storie paradossali che, pur dopo avere dimostrato l’innocenza o l’ingiustizia dei danni subiti, non hanno ottenuto adeguato risarcimento nè la punizione dei resposabili. Sono trascorsi, poi, oltre vent’anni dal referendum col quale i cittadini avevano manifestato di volere una legge che, come in ogni Paese civile, prevedesse la punizione dei magistrati che sbagliano mentre, invece, grazie ad una legge poco conforme col risultato referendario, ancora oggi, … chi sbaglia non paga: al massimo, se il magistrato non ha un patrimonio idoneo a risarcire i danni maggiori causati, paga lo Stato, cioè, tutti i contribuenti.
In ogni città italiana, dovrebbe esserci una delle vie o piazze principali dedicata a Tortora (a Roma, mi pare che via Enzo Tortora sia una strada periferica) e alle vittime di malagiustizia. E’ giustissimo e doveroso che, sin dall’indomani della tragica uccisione di Falcone, Borsellino e di tanti altri eroi che hanno sacrificato la vita nell’adempimento del proprio dovere, sia stata dedicata una via, una piazza o un monumento. Giustissimo ricordare chi è morto al fine di assicurare la Giustizia. Non sarebbe, però, giusto ricordare anche chi è morto, chi ha sofferto o, comunque, ha pianto per un errore o per un uso distorto delle proprie funzioni da parte di soggetti che, per errore o con dolo, non si sono rivelati altrettanto eroi e, magari, sono ancora al loro posto manifestando un diverso senso della Giustizia, dello Stato e del rispetto delle leggi? Si può pensare che le vittime di "malagiustizia", le loro famiglie soffrano meno o non rischino la vita? Solo chi non ha mai subito un sopruso o un’azione giudiziaria ingiusta, chi non ha mai letto un articolo di giornale può restare indifferente ed insensibile. E’ per questo che, secondo me, sarebbe più rispondente alla realtà di questo Paese se, in ogni città in cui vi sia una strada dedicata ad un magistrato o pubblico ufficiale che eroicamente ha sacrificato la propria vita, sia anche dedicata una strada o un monumento (in una zona della città altrettanto principale) alle vittime delle "gesta" meno eroiche di chi, per colpa, dolo o in buona fede, ha, comunque, fatto soffrire ingiustamente senza, tra l’altro, avere dimostrato, minimamente, di volere riparare il danno provocato. Roberto Di Napoli

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