IL BLOG DI ROBERTO DI NAPOLI

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Archive for the ‘lotta alla mafia’ Category

Ancora una volta, ricordiamoci degli eroi caduti a “causa di servizio” ma anche delle vittime di ingiustizie

Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 5 settembre 2007

La morte di Gigi Sabani dovrebbe "fare ricordare" e fare riflettere i cittadini e gli immancabili “benpensanti”che, ancora una volta, di sicuro, si staranno chiedendo “che strano, come è potuto succedere?” o che staranno pontificando “poverino, non stava bene!”. Vorrei sapere, invece, quanti, soprattutto tra i giovani come me, conoscono o ricordano l’ingiusta vicenda giudiziaria di cui il presentatore fu vittima una decina d’anni fa. Ho letto alcuni commenti di vari personaggi del mondo dello spettacolo che, correttamente, hanno ricordato i dispiaceri da lui subiti e, ciononostante, celati dal sorriso e dalla voglia di ridere e fare ridere. Falcone, Borsellino, i Carabinieri morti a Nassirya, Dalla Chiesa, gli innocenti uomini delle loro scorte che, dopo avere lasciato le loro famiglie, non sono più tornati: per me sono tutti eroi che il Paese, giustamente, ricorda e deve continuare a ricordare!!! Quante sono, però, le vittime della malagiustizia in Italia? Quante sono le vittime di processi ingiustamente instaurati, dei soprusi e di ogni ingiustizia dolosamente, o con gravi colpe, insabbiate? Un cittadino che, ingiustamente, viene arrestato, infangato e poi assolto dovrebbe ricevere pubbliche scuse oltre al risarcimento dei danni: a maggior ragione quando risulta confermato che non vi erano indizi o che il calvario poteva o doveva essere impedito! Questo sì che sarebbe un Paese civile!!! Uno Stato in cui, invece, chi sbaglia viene promosso o, comunque, oltre a non risponderne, non sente il dovere di chiedere scusa a chi ha contribuito a far soffrire, è un Paese che sfrutta l’ignoranza, la paura o la stanchezza delle persone oneste. E’ uno Stato "impotente" che, a me, dà l’impressione che abbia paura dei suoi stessi funzionari che sbagliano e che legittima a continuare a sbagliare; è uno Stato, mi viene di pensare, che, di fatto, abbia rinunciato al rispetto dei principi costituzionali -come se fossero stati svenduti- e che, al di là di firme solenni, non dimostra di rispettare e di far sempre osservare la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo: uno Stato che, senza punire i responsabili, tollera gli sbagli, i soprusi, le ingiustizie da parte dei dipendenti e ai danni dei cittadini a cui appartiene la sovranità, per me, non è un Paese democraticoè un regime!Vent’anni fa moriva Enzo Tortora dopo essere stato calunniosamente accusato e, altrettanto ingiustamente, processato. Non mi pare che, ad ogni anniversario della sua morte, lo si sia ricordato alla stessa stregua di tanti altri eroi caduti "a causa di servizio" e nell’adempimento dei propri doveri!!! Oggi è morto Gigi Sabani, anche lui ingiustamente processato. Nel frattempo chissà quante vittime, in silenzio, sono morte, si sono ammazzate o, comunque, hanno sofferto per analoghe ingiustizie. Ricordiamo, con i più alti onori, con telefilm, con libri, con ampi servizi sui giornali o in appositi talk show (questi ultimi, spesso, sordi e ciechi quando si denunciano soprusi ai danni di chi è ancora in vita), i rappresentanti delle Istituzioni che hanno sacrificato la loro vita per il Paese!!! Credo sia doveroso ed educativo affinchè tutti possano conoscere le persone oneste che l’Italia ha avuto come rappresentanti o funzionari. Perché non si ricordano, però, con altrettanto frequenza, coloro i quali hanno sacrificato la loro vita, la loro famiglia, la loro impresa dopo essere stati trascinati con le manette o “colpiti” da ingiustificabili sbagli oppure dai pericolosi spari d’inchiostro da parte di chi, strumentalizzando le funzioni ricoperte, qualche volta, ha utilizzato la penna o il timbro come se fossero armi? Ho apprezzato moltissimo, ripeto, l’iniziativa dell’associazione Giustizia Giusta di Mauro Mellini di raccogliere le firme per la proclamazione della giornata dell’ingiustizia: ho già aderito! Spero lo faccia chiunque legga questo mio modesto blog: ho inserito il banner sotto a sinistra; basta ciccare sopra!!! Roberto Di Napoli 
post e commenti anche sul blog all’interno della sezione fai notizia del sito www.radioradicale.it nonchè su www.giustiziagiusta.info; www.legnostorto.com

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La “politica del nulla”? E la giustizia in Italia?

Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 24 agosto 2007

10-08-07_1906Apprezzo e condivido quasi sempre ciò che Beppe Grillo scrive nel suo blog. Non ritengo sempre indispensabile l’utilizzo di alcuni termini volgari che, se pur, a volte, necessari per fare comprendere meglio l’indecenza della situazione descritta, altre volte, possono svilire l’importanza di ciò che si rappresenta. Non condivido, inoltre, l’ulteriore "condanna" mediatica cui è sottoposto chi, ammesso che abbia commesso uno sbaglio, ha già scontato una pena e siede in Parlamento o in quaslivoglia ufficio. Penso che debba sempre mantenersi separato il giudizio etico-morale da quello fondato sulle norme giuridiche vigenti. Non si può, però, pretendere, al tempo stesso, il rispetto delle norme e, poi, dimenticarsi della ratio e del contenuto dell’art. 27 della Costituzione. Non comprendo, quindi, perchè ci si debba scandalizzare se in Parlamento sieda un condannato che ha già scontato la pena secondo le leggi vigenti quando lo stesso art. 27 della Costituzione non sancisce la condanna a vita, bensì, in conformità a tutti i Paesi civili, la rieducazione del condannato. A mio modesto avviso è più scandaloso vedere in Parlamento, al Governo o seduto sulla poltrona di qualsivoglia ufficio chi è sfuggito o cerca di sfuggire ad ogni giudizio confidando nell’impunità. Il post di Beppe Grillo di ieri è intitolato "La politica del nulla" (http://www.beppegrillo.it/cgi-bin/mt-tb.cgi/649. obfuscator(‘4dfd44dQrr’, ‘ibGqEatd8IALTKYsRDr0puNjJzOeF5BgSXZlxHPvUokCc2My3176WwmVhnQ49f’, ‘__MTTBLINK__’, ‘http://www.beppegrillo.it/cgi-bin/mt-tb.cgi/649.’, ”);1464114388) e ricorda i privilegi dei parlamentari. Beppe Grillo immagina il parlamentare che porta il figlio a fargli vedere il seggio che gli lascerà in eredità e il cittadino comune che, invece, lo porta in banca a fargli vedere il debito che gli ha riservato. Privilegi del genere, però, secondo me, non sono goduti soltanto dai parlamentari -la cui elezione – a mio avviso- trova sempre un fondamento nella volontà popolare (magari, forse, anche incosciente). Mando un mio personale commento al post di Beppe Grillo che pubblico qui sotto:

"Condivido quasi tutti i tuoi post compreso quello odierno.L’Italia,però,è il Paese delle caste e dei privilegi goduti non solo dai politici. Posso darTi un suggerimento manifestandoTi, forse, lo stesso desiderio di molti? Perchè non entri anche nei Tribunali? Perchè non vedi il cognome di molti giudici? Ti accorgeresti che, spesso, nello stesso luogo, operano magistrati figli, mogli, mariti, nipoti di un altro giudice. Comprendi i pericoli in tema di trasparenza e garanzia di imparzialità che possono derivare? Ti sembra giusto, poi, che debbano operare, nella stessa sede, il magistrato e il figlio avv.? Lo sai che, a Lecce, due anni fa, un Presidente della sezione fallimentare è stato oggetto di esposti dell’ordine degli avvocati poichè i colleghi affidavano importanti consulenze al figlio avv.? Sai come è finita?Il CSM ha sospeso il trasferimento in quanto il figlio, nel frattempo, aveva traferito l’iscrizione in altro Consiglio dell’ordine. Sai che ci sono magistrati che trattano cause in materia bancaria, che "giudicano" se il credito è legittimo, che valutano la sussistenza delle condizioni per fare fallire un’impresa in seguito ad iniziative dell’istituto di credito e, poi, loro stessi, sono debitori della stessa banca? Sai che, in casi simili, avrebbero l’obbligo di astenersi che, invece, disattendono? Immagino anch’io che ci sono politici che portano il figlio in aula per fare vedere il posto che gli lasceranno e cittadini comuni che portano il figlio in banca per fare vedere il debito che lasceranno in eredità. Non pensi, però, che si possa immaginare anche il giudice che porta il figlio in Trib. per presentargli il collega che gli affiderà le consulenze o in banca per "conoscere" chi ringraziare? Ci sono politici spregiudicati ma anche quelli onesti così come, insieme a magistr. senza scrupoli, ci sono quelli preparatissimi, imparziali, soggetti agli stessi sacrifici cui sono sottoposti i comuni mortali e, soprattutto, che, oltre ad essere onesti, lo appaiono". Roberto Di Napoli

post e altri commenti anche nel blog all’interno della sezione "fai notizia" del sito radioradicale.it

La fotografia pubblicata sopra rappresenta la trasparenza e limpidezza che non sempre si vede nelle Istituzioni

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Il mio ricordo di Franco TRITTO: un esempio di straordinaria umanità (anche all’interno degli Atenei!!!)

Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 5 giugno 2007

Il 9 Agosto 2005, all’improvviso, è volata in Cielo una persona straordinaria ed unica. Un Professore che, a leggere quanto scritto dai suoi affezionati allievi i quali, ancora oggi, lo ricordano con fotografie e testimonianze -in un sito dove, nei minimi particolari, è riprodotta la cattedra da cui continuava le lezioni impartitegli da Aldo Moro-, è stato amato da tantissime persone. Un amico che, all’improvviso, è volato via senza tornare più in quell’aula dove i Suoi allievi, pur dopo avere seguito le lezioni e superato l’esame, erano contenti di ritrovare. Chi non ha avuto il piacere e l’onore di conoscerlo può vedere le fotografie pubblicate sul sito (www.aulaxi.it) o leggere i racconti dei suoi studenti per avere un’idea della straordinarietà di Franco Tritto. Credo che nell’attuale “mondo” universitario, un Professore che ami gli studenti a tal punto da fornire loro i propri recapiti telefonici e da preoccuparsi, quando assenti, fino a chiamarli al telefono, non può che destare meraviglia. Sarebbe, quindi, superflua ogni ulteriore parola per descrivere la sua UMANITA’. E’ stato assistente di Aldo Moro e uno dei suoi più fedeli collaboratori fino a divenire, il 9 Maggio 1978, il destinatario della telefonata con cui le Brigate Rosse gli comunicavano di avergli strappato il suo Maestro chiedendogli di portare la notizia ai familiari. E’, involontariamente, “passato nella storia” per essere stato testimone dell’ultimo folle atto dei brigatisti ma molti (io compreso prima che leggessi quanto contenuto nel sito www.aulaxi.it) non conoscono le numerose e straordinarie virtù del Prof. Tritto manifestate anche nelle sue lezioni universitarie. Ha insegnato diritto e procedura penale in varie università fino a ritornare a Roma, alla Facoltà di scienze politiche dell’Università “La Sapienza”, per potere tenere le sue lezioni nell’aula XI intitolata a Moro: aula in cui –come affermato dai suoi allievi nel sito internet- potevano nascere amori e amicizie durature. Pur scomparso prematuramente, dura ancora, infatti, l’amicizia con i suoi studenti che non l’hanno dimenticato ed, anzi, continuano ad onorarlo così come merita un uomo che, evidentemente, ha saputo manifestare, in ogni momento, la sua bontà nonché “la magia” –come, giustamente, mi ha scritto una sua allieva- "nel far sì che le cose giuste e la ricerca della verità, necessariamente ricondotte al dato umano, non si arrestino".

Avendo io studiato giurisprudenza, non ho avuto il piacere di assistere alle lezioni ma ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo a casa mia quando avevo sei anni. Lo ricordo, come se fosse ieri, intento a giocare -con la stessa meraviglia e semplicità di un bambino- con un mio videogame, uno“scacciapensieri”, aiutando Topolino a raccogliere, senza romperle, le uova lanciategli da Minnie. Mi regalò, quell’estate, una piccola macchina fotografica che ho utilizzato fino a pochi anni fa e che custodisco, tuttora, quale ricordo di una persona straordinaria. L’ho incontrato qualche altra volta e speravo, anni fa, di rivederlo con l’immaginabile desiderio di chi, da piccolo, ha conosciuto una persona e ne conserva ricordi bellissimi per il resto della vita. Non ho fatto in tempo ma, nella sua aula virtuale, i Suoi gentilissimi allievi mi hanno accolto scrivendo sulla lavagna il link con il mio blog dopo avere loro chiesto il permesso di inserire il loro link nel mio. Mi hanno riferito che dedicava particolare attenzione, nei Suoi insegnamenti, all’usura, all’estorsione e al riciclaggio. Sono, quindi, ancora più dispiaciuto di avere perso un amico e un grande Professore che mi avrebbe potuto insegnare tanto in questa materia e che, soprattutto coi suoi insegnamenti, avrebbe potuto contribuire al contrasto a tali fenomeni. Le sue lezioni sulla centralità della persona umana nel sistema giuridico avrebbero, sicuramente, potuto contribuire a sensibilizzare le Istituzioni sull’attuale mancanza di tutela delle vittime che, attualmente, subiscono i paradossi e le conseguenze di una ambigua normativa e, spesso, di interpretazioni assurde contro ogni principio costituzionale. Consiglio a chiunque di cliccare sul link al sito www.aulaxi.it per conoscere un esempio di straordinaria umanità e un grande Professore rimasto umile fino a farsi disinteressatamente amare dai suoi studenti ma che -come accade, forse, a persone perfette costrette a vivere in un mondo dove tutto funziona “alla rovescia”-, ci ha, improvvisamente, lasciati. Con la consapevolezza che “i giusti” non scompaiono mai e che la loro assenza, pur triste, è soltanto apparente in quanto continuano a guardarci da un Luogo sicuramente migliore, ho scritto a Franco Tritto una lettera che i miei amici “imbucheranno” nello spazio appositamente creato sul sito della sua Aula XI. Roberto Di Napoli

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Fino a quando, in Italia, le vittime di usura devono suicidarsi o minacciare folli gesti?

Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 21 Maggio 2007

In provincia di Ascoli Piceno, il 15 Maggio scorso, una famiglia ha vissuto una giornata che, purtroppo, solo chi ha subito analoghe esperienze può immaginare in tutti i suoi attimi. Non conosco, ovviamente, la “storia processuale” e, conseguentemente, non posso sapere se, nel caso di specie, sussistessero motivi d’invalidità della vendita dell’abitazione della vittima o presupposti per beneficiare del rinvio del rilascio.

E’ sufficiente, però, credo, a chiunque, la lettura degli articoli di stampa e dei siti che hanno riportato la notizia per potersi indignare di fronte a quanto accaduto (ho letto la notizia anche su: http://fm.ilquotidiano.it/articoli/2007/05/16/72255/antonella-sfrattata-il-futuro-sembra-nero).

Pur con la premessa appena fatta, tuttavia, non posso escludere che quella famiglia -così come tante altre- siano state sbattute fuori casa malgrado ci fossero i presupposti giuridici per l’emissione di misure cautelari al fine di impedire, tra l’altro, l’ulteriore aggravamento di reati o, comunque, un’ennesima sofferenza alle vittime. Non posso escludere ciò perché, il 19 Ottobre u.s., ho visto, un po’ troppo da vicino, a Gallipoli, in provincia di Lecce, il “trattamento riservato” a chi ha denunciato in tempo gli usurai e gli estorsori, ha sollecitato le misure per evitare che si concretizzassero le minacce, ha richiesto l’accesso al Fondo antiracket ed antiusura e, pur dopo che le denunce si sono rivelate fondate a tal punto da determinare le richieste di rinvio a giudizio, pur avendo ottenuto la sospensione ex art. 20 l. 44/99 da parte del Prefetto e dal Presidente del Tribunale competenti, sia stata sbattuta fuori di casa (vedi il video; nell’album vi è una breve descrizione) . In quest’ultimo caso, la vittima –mio padre, attraverso me nella qualità di legale- aveva chiesto al Commissario Straordinario per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura, oltre un mese prima, di far rispettare la sospensione già ottenuta. Il mese successivo, è rimasta con il parere del Prefetto e del Presidente del Tribunale che avrebbe dovuto attestare la sospensione ma la sua –la nostra- casa è rimasta invasa per oltre otto ore dalle Forze dell’Ordine: invece che tutelare la vittima, erano pronte a fornire ausilio per sbatterla fuori!!! Alla fine, infatti, -con le stampelle da diciott’anni per avere subito un attentato- è stata sbattuta fuori di casa con la famiglia e, dopo un anno dalla richiesta, siamo ancora in attesa di ricevere la provvisionale richiesta al Fondo antiusura ed antiracket anche se, ormai, pronti ad instaurare azione di risarcimento danni nei confronti del Ministero degli Interni per quanto subito e per avere creduto che “denunciare l’usuraio conviene”. Quest’ultimo caso –che è il caso mio e della mia famiglia-, ripeto, si è verificato in provincia di Lecce. Il caso di cui accennavo all’inizio, a quanto pare, è accaduto in provincia di Ascoli Piceno. Tanti casi analoghi, però, si sono verificati e, probabilmente, ogni giorno, si verificano senza che nessuno di noi ne sia al corrente o ne possa essere informato; ciò per varie, possibili ragioni: perché i mass media non ne parlano o, talvolta, perché le vittime non hanno nemmeno più la forza di parlare o, purtroppo, perché non lo possono più fare avendo scelto la strada del suicidio (ci sarebbero stati, a quanto pare, tremila suicidi in dieci anni). Chiunque, avendone il potere-dovere ed in presenza dei presupposti di legge che glielo imponesse, non ha impedito tragedie e drammi simili dovrebbe solo fare una cosa: VERGOGNARSI E CONSIDERARSI UN CRIMINALE QUANTO L’USURAIO (considerato anche quanto sancisce l’art. 40, ult. cpv. c.p.). Chi, invece, sedendo su poltrone di uffici istituiti per il contrasto e la prevenzione all’usura e all’estorsione ritenga di non avere poteri per garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali della vittima (ad esempio l’abitazione quando vi è il parere del Prefetto e del Presidente del Tribunale richiesto dalla legge 44/99 o la provvisionale che gli consenta, quanto meno, la sussistenza e il ripristino dell’attività) dovrebbe, invece, -ma è una mia opinione- avere la forza di compiere un gesto di civiltà, di logica e di rispetto delle vittime per la tutela delle quali è stata istituita la loro poltrona ed assicurato il loro pur giustissimo stipendio: la forza e il coraggio di prendere atto della loro asserita mancanza di strumenti e DIMETTERSI ANDANDOSENE A CASA!!! Sarebbe -sempre secondo me- un gesto che manifesterebbe un vuoto normativo (qualora, effettivamente, non vi fossero gli strumenti per prevenire drammi analoghi a quelli verificatisi), stimolando magari il Governo a utilizzare il già abusato strumento del decreto legge per porre rimedio a drammi simili, oppure, se non si ha il coraggio di interpretare la legge già esistente nella maniera più corretta, sarebbe, comunque, un apprezzabile atto che dimostrerebbe un profondo senso di correttezza, di lealtà e di rispetto anche per le casse dello Stato sulle quali è inutile che gravi il costo di strutture cui mancano (o mancherebbero) gli strumenti per il loro più efficiente funzionamento. Roberto Di Napoli 

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Cresce l’usura a Lecce? Ma guarda un pò!

Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 15 Maggio 2007

A leggere i dati riportati in un articolo su "Il Meridiano" di oggi (http://www.ilmeridiano.info/articolo.php?Rif=11837), a Lecce sarebbe cresciuto il fenomeno dell’usura. Secondo tali dati, il 7% delle telefonate giunte al numero verde del Comitato Antiusura sarebbe costituito da vittime salentine. Ciò non mi meraviglia affatto. Anzi. Potrebbero anche essere inferiori a quelli effettivi se si considerassero le numerose denunce (portate all’attenzione anche attraverso interrogazioni parlamentari più volte presentate nel corso degli ultimi anni) presentate da imprenditori e cittadini contro rappresentanti di istituti di credito locali. Questi ultimi, però, spesso, non vengono compresi nelle indagini statistiche sull’usura e, purtroppo, spesso, non vengono disturbati nemmeno da …… serie indagini preliminari o misure cautelari. Mi è capitato di vedere, a Lecce, proscioglimenti (a dire il vero, poi, impugnati dalla Procura Generale) di imputati (rappresentanti di un istituto di credito) di usura per avere praticato il tasso del 292%. In un caso, ho avuto, purtroppo, modo di verificare che, pur in presenza della sospensione delle procedure esecutive e di rilascio ex art. 20 l. 44/99 in seguito all’emanazione del parere da parte sia del Prefetto sia dell’Autorità giudiziaria (il Presidente del Tribunale competente ex art. 8 d. P.R. 455/99 che, nel caso di specie, era quello di Roma dove pende il processo contro imputati di estorsione), la vittima sia stata "sbattuta" fuori di casa dopo che appartenenti alle Forze dell’Ordine (con un "trattamento", forse, peggiore a quello riservato a Bernardo Provenzano o ai boss della SCU) avevano invaso l’abitazione per oltre otto ore. Gli imputati, invece, …… ovviamente, liberi, felici e ai loro posti. Se così si combatte l’usura e l’estorsione a Lecce, è ovvio che la criminalità cresca. Anzi. Non è da escludere che lo strozzino o l’usuraio, nel tentativo di difendersi, s’inventi una sorta di scriminante costituita dal convincimento di esercitare un diritto. Penserà: "Perchè io sono stato subito arrestato e devo essere processato per usura mentre quel rappresentante di istituto di credito è riuscito, invece, ad ottenere un tasso d’interesse pari o più alto di quello da me richiesto e in più, magari, riesce anche a fare sbattere fuori di casa la vittima? Questioni di simpatie? O…… di interessi, appunto?" Roberto Di Napoli

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La lotta all’usura, all’estorsione e alla filosofia dei “mezzi uomini”

Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 17 aprile 2007

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La lettura di uno dei tanti capolavori di Leonardo Sciascia e, in particolare, di “Una storia semplice” mi fa riflettere sull’attualità del romanzo. Anzi: ogni pagina mi pare sia stata scritta oggi.

Una storia semplice”, come è noto, è il titolo dell’ultima opera di Sciascia, -“il testamento morale di un siciliano” come è stato definito- in cui si narra la storia ingarbugliata e nient’affatto semplice di un omicidio le cui indagini, malgrado il tentativo ed il desiderio del questore di archiviare subito il caso come suicidio, conducono, dapprima, all’arresto di un cittadino che si era presentato “spontaneamente” a rendere informazioni e, infine, sfociano nel “terrificante” sospetto, da parte di un brigadiere, che l’autore dell’assassinio sia proprio il suo commissario.

Ho letto il breve romanzo e mi hanno colpito, in particolare, vari passi. Mi è piaciuta anche la prefazione del noto e bravissimo Andrea Purgatori nell’edizione a cura di Corriere della Sera- Rcs, 2003. Giustamente, Purgatori rileva come in “Una storia semplice” non ci sono eroi “(…) ma solo mezzi uomini –mezzi poliziotti e mezzi carabinieri, mezzi magistrati, mezzi preti, mezzi testimoni. Gente un po’ rozza e un po’ pavida, che s’aggiusta l’esistenza scansando i problemi (…)”.La lettura di brevi righe dello scrittore siciliano, a mio giudizio, fa riflettere il lettore, come dicevo, su temi, oggi, ampiamente dibattuti. Mi colpiscono anche le parole e l’eleganza dello stile. Tra le prime pagine, un particolare, -a prima lettura, irrilevante-, mi ha colpito, mi ha fatto sorridere e, spesso, mi ritorna in mente. Mi riferisco alla pagina in cui si racconta dell’arrivo di “tutti quelli che dovevano arrivare: questore, procuratore della Repubblica, medico, fotografo, un giornalista prediletto dal questore (…)”. Mi piace, in particolare, la descrizione dell’arrivo delle automobili e mi domando quali posano essere stati i motivi che hanno indotto lo scrittore alla precisazione “Sei o sette automobili che anche dopo che erano arrivate continuarono a rombare, stridere e urlare (…)”. La lettura di quelle righe mi lascia pensare al protagonismo di cui –secondo quello che si legge spesso sui quotidiani e settimanali- sarebbero affette persone che, quanto meno per il ruolo ricoperto, dovrebbero apparire, dinanzi all’opinione pubblica, più equilibrate e riservate.

Inquietante è, poi, la filosofia dei protagonisti -dei mezzi uomini come li definisce Purgatori- che emerge dalle prime pagine e, in particolare, laddove il questore sentenzia: “Suicidio(…) e ancora, dopo il tentativo del brigadiere di far rilevare i suoi sospetti, sempre il questore: “Suicidio, caso evidente di suicidio” (….) “Questo è un caso semplice, bisogna non farlo montare e sbrigarcene al più presto” (…).

Straordinaria, poi, la descrizione dell’interrogatorio tra il Procuratore della Repubblica e il suo maestro di scuola. Un Procuratore che ricorda al maestro i propri insuccessi nella lingua italiana e che chiede spiegazioni sui motivi per cui, nei componimenti d’italiano, prendeva sempre tre perché copiava mentre, un giorno, aveva preso cinque. Il maestro risponde che, probabilmente, quel giorno, aveva copiato da un autore più intelligente. Il procuratore si giustifica dicendo che, in effetti, era “piuttosto debole in italiano”, però, a suo dire, non era stato “un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica”. La risposta del modesto ma saggio maestro manifesta, in maniera inequivocabile, un dato di fatto difficilmente contestabile. Il professore, infatti, risponde che “l’italiano non è l’italiano: è il “ragionare” (…). “Con meno italiano (…) sarebbe forse ancora più in alto”.

Sconvolgente, poi, quasi alla conclusione del romanzo, dopo “l’incidente” fatale per il “sospettato” commissario, è la domanda che il magistrato rivolge al colonnello e al questore non appena, quest’ultimo, finisce di relazionare sulle indagini e sugli indizi che, confessa, non aveva considerato come doveva: “Ma caro questore, ma caro colonnello, questo è troppo poco…. Se provassimo a ribaltare questa storia nella considerazione che il brigadiere mente e che è lui il protagonista dei fatti di cui accusa il commissario?

“Una storia semplice” è stato considerato, da alcuni, un esempio di malagiustizia, di corruzione, di “intrecci illeciti che coinvolgono e minano le istituzioni stesse, in primo luogo la giustizia”, e, purtroppo, a mio giudizio, potrebbe, ancora oggi, essere immaginato anche in altri ambienti e in altri contesti. Immaginato se non, purtroppo ancora più facilmente, raccontato visto che ci sono casi reali e non immaginari.

Mi è capitato, sia in esperienze personali che professionali, di venire a conoscenza di storie che si pretendeva di  archiviare, addirittura,  come “semplici” ma che, invece, tali non erano.

Faccio solo qualche piccolo esempio. Ho assistito, più volte, alla presentazione di denunce per usura ed estorsione in cui il denunciante esponeva pretese, da parte di istituti di credito, contrarie all’ordinamento e alla giurisprudenza. A mio giudizio è, innanzitutto, assurdo ed inconcepibile che a ricevere denunce per fatti che, spesso, manifestano, sin dall’inizio, la loro complessità possano essere abilitate persone che, a leggere i verbali di resa denuncia, ci si chiede presso quale scuola elementare abbiano conseguito l’abilitazione a continuare gli studi. Mi è capitato, poi, di leggere, insieme a tantissimi provvedimenti che manifestano la preparazione, l’imparzialità e l’equilibrio di cui, per fortuna, sono dotati tanti magistrati, anche richieste di archiviazione motivate “semplicemente” sulla circostanza che il tasso d’interesse pattuito non era usurario senza, però, che fosse stato analizzato l’intero rapporto secondo gli insegnamenti della giurisprudenza. So bene che, in presenza di una fondata e motivata opposizione alla richiesta di archiviazione, le indagini possano proseguire e, magari, concludersi con l’imputazione. Intendo, tuttavia, sottolineare l’inconcepibile perdita di tempo che comporta la mancanza di specializzazione –o l’inerzia nel perseguire alcuni crimini per le più svariate e recondite ragioni- da parte degli organi competenti. Non bisogna essere avvocati per capire che perdere tempo, all’inizio delle indagini di un processo penale, significa causare la perdita delle fonti di prova; significa trascurare l’adozione delle misure cautelari reali o personali che possono evitare, tra l’altro, anche la reiterazione dei reati o l’aggravamento delle conseguenze di quelli già commessi; significa, in sostanza, volere assicurare l’impunità ai colpevoli.

Nel caso delle indagini in materia finanziaria, bancaria, nei delitti di concussione, corruzione o, per dirla in breve, nelle indagini per delitti commessi dai “colletti bianchi”, occorre l’imparzialità, un’adeguata preparazione e la passione per il proprio lavoro. In mancanza di queste “virtù” ci sarà sempre qualcuno che scambierà –o riterrà comodo scambiare- la vittima per un “semplice debitore” rompiscatole; che preferirà pensare che si tratti di “un’altra storia semplice” di persona che non paga (gli usurai) e, poi, denuncia.

Mi pare che nessuno dubiti sulla necessità dell’adozione di misure cautelari nei confronti dello strozzino “professionista” (cioè quello notoriamente dedito ad attività delinquenziale). Sono certo che, in questi casi,  si mobilita, come è doveroso, un pool di magistrati e Forze dell’Ordine e, nel giro di poche ore, lo strozzino è assicurato alla giustizia. Se, però, le stesse condizioni usurarie od estorsive sono richieste da un direttore di una filiale di un istituto di credito o da un suo superiore (che dovrebbe essere, dunque, ancora più consapevole dell’illiceità della pretesa), il “trattamento” che vedo loro riservato, a mio parere, è più “soft”. Magari lo si iscrive sul registro degli indagati, se ne richiede il rinvio a giudizio, ma lo si lascia al suo posto. Tutto procede con più calma.

I presunti legami affaristici tra alcuni magistrati e un istituto di credito -oggetto di un procedimento penale presso la Procura di Catanzaro e di richiesta di azione disciplinare da parte del Ministro della Giustizia- di cui si sono occupati, nelle scorse settimane, gli organi d’informazione, spero che non sussistano (fatti analoghi, però, due anni fa, sono stati lamentati, anche altrove, da un’associazione antiusura). Se le accuse dovessero, invece, risultare fondate, spero che tali legami non siano –e non siano stati- così diffusi da costituire la ragione della diversità di trattamento -a seconda di chi sia il denunciato- nei procedimenti per usura ed estorsione o da spiegare i motivi per cui, così facilmente, si sottovalutano –o si siano sottovalutate- le denunce e le richieste di misure cautelari quando il denunciato sia il responsabile di un istituto di credito.

Malgrado tutto, sono ottimista. Dimenticavo, d’altronde, che l’Italia, culla del diritto (anche se non è mancato chi l’ha definita la “bara” del diritto), prevede, dal 1996, la figura del Commissario Straordinario per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura e, addirittura, il Comitato di solidarietà. Le vittime, quindi, poTREBBERO stare proprio tranquille. La legge prevede un Commissario Straordinario e un Comitato di solidarietà. Insomma, …….. una solidarietà straordinaria, per cui questi organi non potranno che osservare –e fare osservare- la legge antiusura ed antiracket. Se dovessero, mai, sorgere dubbi sull’interpretazione della normativa, sono certo che la comprovata esperienza di cui, per essere nominato, deve godere il Commissario non potrà che fare immediata applicazione delle regole di ermeneutica imposte dall’ordinamento. Anzi, è stata creata un’apposita struttura che, dalla lettura della legge, pare debba essere super efficiente e dotata di giuristi esperti nel contrasto all’usura e all’estorsione nonché nella tutela delle vittime. I legami tra magistrati ed istituti di credito di cui hanno parlato i giornali saranno, di certo, insussistenti e, comunque, tutte le vittime di usura e di estorsione possono stare tranquille. “Denuncia l’usuraio. Ti conviene”: l’ho visto scritto, perfino, in un manifesto appeso in alcune caserme e all’interno delle stazioni ferroviarie; l’ho sentito consigliare anche attraverso uno spot diffuso sulla principale rete nazionale.  Anni fa, poi, uno spot televisivo di un’emittente locale leccese (nella patria del balocco) mandava in onda, per rendere noto l’apposito ufficio presso la Prefettura, immagini con volanti delle Forze dell’Ordine che sgommavano e correvano (chissà dove, forse, a casa della vittima). Chissà quante persone, avendone i presupposti, avranno usufruito dei benefici previsti dalla normativa antiusura ed antiracket, quante vittime salvate dal suicidio (in un decennio, a partire dal 1995, pare che, in Italia, ce ne siano stati duemila, forse, non tutti debitori!) e quante famiglie di vittime lasciate serene nelle proprie abitazioni grazie al Commissario Straordinario, al Comitato di solidarietà, ai Prefetti e ai magistrati imparziali! Mi chiedo: le vittime, oggi, possono credere che ci siano, davvero, legami tra alcuni magistrati e alcuni istituti di credito? E, potrebbero mai avere ragione di credere che, in caso, ad esempio, di usura od estorsione commessa anche da rappresentanti di banche, il Commissario Straordinario e il Comitato di solidarietà non tutelino le vittime adeguatamente nei modi e tempi previsti dalla legge o si rendano complici contribuendo a fare aumentare le sofferenze? Si potrebbe, mai, pensare, dalla lettura della normativa antiusura ed antiracket, che il Commissario Straordinario, il Comitato e i Prefetti, per la concessione dei benefici, possano essere condizionati da altri fattori se non dai presupposti richiesti dalla legge e confermati necessari dalla giurisprudenza? Vorrei tanto credere e rispondere di no.

Sarebbe inevitabile, altrimenti, il peggioramento del già profondo senso di sfiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia e il timore che, proprio negli uffici dove la pubblica amministrazione, attraverso ogni suo funzionario, dovrebbe onorare e servire il popolo sovrano, vadano aumentando -e, ancora peggio, si lascino seduti sulle proprie poltrone-, ancora più dei mezzi uomini, quelli che Sciascia poneva ad un livello ancora più sotto: i sempre presenti quaquaraquà. Roberto Di Napoli

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21 Marzo 2007- Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. …Che non sia solo una volta l’anno!

Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 21 marzo 2007

il blog per la difesa dei diritti civili

Ho scelto di far nascere questo blog oggi, 21 Marzo 2007, in un giorno importante. Il 21 Marzo è una di quelle poche date che, come il giorno di Natale, di Pasqua e di Capodanno, entra facilmente nella mente sin da bambini. Si associa all’equinozio di primavera. L’inizio del bel tempo. Da alcuni anni, in Italia, è divenuta anche una data che, spero, entri, con altrettanta facilità, nel cervello e nel cuore di ognuno di noi. E’ diventata la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Per non dimenticare quanti, nel nome della legalità, dell’umanità, del senso della giustizia, hanno incontrato, nel corso della loro vita o, purtroppo, spesso, un istante prima della loro morte, il grande nemico con più facce: le mafie. Temo, però, che l’indifferenza che regna nel corso dell’anno di fronte alla capacità della mafia di infiltrarsi nei settori più diversi senza necessariamente fare uso della violenza fisica -ma utilizzando anche altri strumenti di pressione idonei, comunque, a raggiungere i medesimi scopi illeciti- possa, pian piano, ingenerare la convinzione che la mafia non esiste più o che sia, ormai, un fenomeno marginale. Che alcune persone sono morte per combatterla ma che sono stati catturati i responsabili. Temo, poi, che qualcuno possa pensare che, “….grazie all’istituzione di apposite strutture….“, “….della capillare presenza delle Forze dell’Ordine appositamente selezionate e scientificamente preparate per la lotta ad ogni forma di crimine….“, “… della creazione di pool….” possiamo stare tutti tranquilli e risparmiarci ogni fatica !!! Sarebbe, secondo me, il peggior modo per ricordare le vittime ed umiliare chi ancora non ha avuto giustizia in un Paese che, ormai, si caratterizza anche per la durata eccessiva dei processi e per l’impunità assicurata ai criminali al punto tale, forse, da non meravigliarsi se, un giorno, in qualche guida turistica o in qualche atlante, dovesse essere inserito, insieme all’indicazione della capitale, del reddito pro-capite e della popolazione, anche il numero di condanne di pagamento per equo indennizzo per irragionevole durata del processo, il numero di condanne per fatti riconducibili a reati mafiosi, il numero di proscioglimenti per intervenuta prescrizione od amnistia, il numero di domande di accesso al Fondo antiusura ed antiracket, i tempi dell’istruttoria finalizzata all’elargizione alle persone offese da tali riprovevoli delitti ed, infine, il numero di suicidi delle vittime di reati violenti non ascoltate da chi aveva, invece, il compito istituzionale di tutelarle. Bisognerebbe insegnare, nelle scuole, che la mafia si manifesta in vari modi. Non si riconosce, sempre, dalla pistola o dalla coppola. Anzi. Ormai, si nasconde benissimo. Non si vede facilmente. Può, però, facilmente essere “sentita”, “odorata” grazie al fetore che emanano i “portatori di mafia” diffusi, purtroppo, in vari ambienti; spesso, proprio in quelli che dovrebbero considerarsi immuni da ogni “umana” corruzione. E’ proprio la sensibilità ad avvertirla nonchè la capacità di schifarla e contrastarla ciò che bisogna imparare. Stando attenti, ovviamente, sia a non vedere mafia dappertutto sia a non illudersi che, dentro uno Stato (quale che esso sia), il fenomeno criminale non possa esistere. Ma quante sono le mafie e chi, quante, sono le vittime? Ho molto apprezzato l’editoriale di Don Luigi Ciotti sul quotidiano “Liberazione” di ieri 20 Marzo. Ha ricordato, fra l’altro, che non bisogna dimenticare “i morti vivi”, ossia, le vittime dell’usura, del racket e della droga. Molte persone, credo, hanno un’idea “limitata” del fenomeno mafioso. Dobbiamo, tutti, considerare -e per primi quanti ricoprono delicati (e remunerativi) incarichi istituzionali finalizzati al contrasto alla criminalità-, che vi è la mafia, anzi, le mafie, ma, ancora più pericoloso, c’è anche un “tumore” che può attaccare l’individuo sin dal suo nascere e che, se non curato, può intaccarne tutte le sue parti: è la coscienza, la personalità mafiosa, infatti, che va debellata. E’ un male oscuro che trova terreno fertile nell’ignoranza, nella paura e in quanti, privi di dignità e di consapevolezza delle proprie capacità, pur quando riescono ad avvertire la presenza di un “sistema”, decidono di convivere con esso aiutandolo, inconsapevolmente o consapevolmente, a farlo crescere. “Perché ribellarsi non conviene“. “Perché tanto hanno sempre ragione “loro”. “Perché ho famiglia“. “Perché, tanto, pure se denuncio, lo Stato non mi tutela“: sono miriadi le ragioni con cui ci si può giustificare. Ma bisogna ricordare, allora, che, in questo modo, si diventa complici. Bisogna ammirare, apprezzare e ringraziare, quindi, quelle associazioni e movimenti, quei preti coraggiosi che non si limitano alle omelie ma lottano insieme alla gente comune, i tantissimi eroi sconosciuti che, ogni giorno, in qualsiasi modo e secondo le loro capacità e possibilità, insegnano qualcosa e danno l’esempio. Spesso costoso. La lotta alla mafia, alle mafie, alla criminalità organizzata, al “sentire mafioso” deve essere affrontata ogni giorno. Bisogna, dunque, stare attenti a non limitarsi a ricordare le vittime delle mafie solo il 21 Marzo. Il 21 Marzo è solo un inizio. E’ -e deve essere- l’inizio della primavera. Una primavera che deve durare tutto l’anno con l’auspicio che il sole –che in quest’inverno del 2007 ci ha accompagnato, forse, un po’ troppo a tal punto da far preoccupare gli scienziati sulle condizioni del pianeta- inizi ad entrare nelle coscienze di tutti con una luce tale da abbagliare quell’altro tipo di “scienziati”: quei personaggi, ancora più pericolosi, che, spesso camuffati nei modi più diversi o più comodi (per loro),  agevolano il crimine con le forme più variegate di collusione, con l’omertà, con la logica del “non posso fare nulla”. Sono “personaggi”, qualche volta anche ridicoli, che potrebbero starci accanto e, ancora più grave, potrebbero stare anche tra quanti dovrebbero aiutarci a combattere le mafie. Servono a ben poco, quindi, leggi o costose strutture per il contrasto a fenomeni mafiosi o criminali. Possono servire a “tamponare”, a reprimere, ma, se devono anche servire ad “educare”, sono inutili se non accompagnate dai fatti, dalla solidarietà e dall’umanità di cui tutti siamo responsabili. Tutti. Per primi coloro che, rappresentandoci nelle Istituzioni o ricoprendo appositi incarichi di “contrasto” alle mafie e alla criminalità, devono bene tenere presenti, ogni giorno, i loro compiti: compiti che non devono limitarsi alle chiacchiere, alle dichiarazioni di solidarietà “a fatto avvenuto”, alla lettura di dati statistici a pompose cerimonie (che, spesso, appaiono una autocelebrazione dei “successi” [loro imposti dall’ordinamento] e un ingenuo tentativo di nascondere il crimine laddove non si riesce o non si vuole combattere). Insieme a loro, ai nostri rappresentanti, ai servitori dello Stato, ai nostri funzionari, con non meno responsabilità ed, anzi, fornendo ogni ausilio, denunciando quando vi sono i presupposti di legge e pretendendo il rispetto delle regole, non dobbiamo dimenticare mai, però, che ci siamo anche noi  a dovere cooperare per il primato della legalità: ogni giorno! Roberto Di Napoli

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