Speciale Tg1 dedicherà questa sera una puntata sui costi dei servizi bancari in Italia. Vari quotidiani, recentemente, hanno pubblicato servizi analoghi pubblicando schemi con i costi addebitati da parte dei diversi istituti di credito. Il problema avvertito dagli utenti bancari, però, non è solo quello dei costi delle operazioni. Vi è, tuttora, un dramma sofferto da migliaia di famiglie ed imprenditori a cui le banche non intendono porre rimedio se non dopo una pronuncia in via giudiziale. La Cassazione, sin dal 1999 e, addirittura, con la sentenza a Sezioni Unite n. 21095 del 2004, ha riconosciuto il diritto degli utenti (privati o imprenditori) alla restituzione delle somme indebitamente corrisposte o addebitate sui conti correnti a titolo, ad esempio, di interessi invalidamente pattuiti (con riferimento a criteri ritenuti non validi; es: "uso piazza"), di commissioni di massimo scoperto o di somme anatocistiche, ossia, "lievitate" a causa dell’illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi. Le banche, malgrado la giurisprudenza sia univoca in favore dei correntisti, nel caso di richieste di restituzione da parte di questi ultimi rispondono esplicitamente di non pagare se non a seguito di sentenza di condanna. Nel caso, poi, i correntisti (privati o imprenditori) abbiano, ancora, "aperta" la posizione nei confronti degli istituti che reclamano il saldo risultante dall’estratto conto, le banche non si preoccupano di "depurare" il rapporto, sin dall’inizio, dai predetti costi ed oneri (riconosciuti illegittimi dalla legge e dalla giurisprudenza) ma tentano, addirittura, di agire in giudizio e, se in possesso di titoli esecutivi (cambiali ottenute dal correntista "con l’acqua alla gola" o decreti ingiuntivi per importi comprensivi di oneri e spese illegittimi), non esitano a procedere esecutivamente mettendo a rischio la salute, la vita, la serenità di famiglie o l’esercizio d’impresa da parte degli imprenditori. Le banche, così, oltre a compromettere la vita delle persone (in Italia già risulterebbero circa tremila suicidi per debiti in dieci anni), pregiudicano l’economia delle piccole- medie imprese italiane. La Banca d’Italia dovrebbe severamente vietare agli istituti di agire, in qualsiasi modo, al fine di ottenere somme che la giurisprudenza, unanime, ha riconosciuto non tutelabili e dovrebbe imporre, immediatamente, di instaurare tavoli di conciliazione coi clienti vittime di anatocismo e altri vizi."
Mi piacerebbe sapere dai rappresentanti dell’ABI o dai rappresentanti degli istituti di credito: "Perchè, come è avvenuto per vari prodotti finanziari, le banche non conciliano coi clienti che richiedono la restituzione delle somme invalidamente percepite o addebitate nel corso dell’intero rapporto (così come riconosciuto dalla giurisprudenza) e preferiscono, invece,costringere gli utenti ad agire in giudizio? Perchè questa strategia aziendale? Perchè si preferisce affidarsi alla statistica e fare affidamento sul maggiore utile derivante dal numero di clienti che, scoraggiati o privi di possibilità, preferiscono non agire in giudizio? Perchè, in conformità a quanto previsto dal Testo unico bancario che prescrive che i rappresentanti degli istituti di credito devono godere dei requisiti di onorabilità e professionalità, non si vieta l’esercizio di funzioni di dirigenza a rappresentanti di istituti di credito con richieste di rinvio a giudizio per usura ed estorsione o, addirittura, con condanne? Il requisito dell’onorabilità non è ancorato al significato del termine secondo il vocabolario della lingua italiana? Oppure il termine "onorabilità" viene inteso con riferimento al significato assunto in altri contesti ed ambienti?" Roberto Di Napoli
Archive for the ‘estorsione’ Category
Banche e clienti: Patti chiari? Come potersi fidare se non si restituisce il bottino?
Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 13 Maggio 2007
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La lotta all’usura, all’estorsione e alla filosofia dei “mezzi uomini”
Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 17 aprile 2007
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La lettura di uno dei tanti capolavori di Leonardo Sciascia e, in particolare, di “Una storia semplice” mi fa riflettere sull’attualità del romanzo. Anzi: ogni pagina mi pare sia stata scritta oggi.
“Una storia semplice”, come è noto, è il titolo dell’ultima opera di Sciascia, -“il testamento morale di un siciliano” come è stato definito- in cui si narra la storia ingarbugliata e nient’affatto semplice di un omicidio le cui indagini, malgrado il tentativo ed il desiderio del questore di archiviare subito il caso come suicidio, conducono, dapprima, all’arresto di un cittadino che si era presentato “spontaneamente” a rendere informazioni e, infine, sfociano nel “terrificante” sospetto, da parte di un brigadiere, che l’autore dell’assassinio sia proprio il suo commissario.
Ho letto il breve romanzo e mi hanno colpito, in particolare, vari passi. Mi è piaciuta anche la prefazione del noto e bravissimo Andrea Purgatori nell’edizione a cura di Corriere della Sera- Rcs, 2003. Giustamente, Purgatori rileva come in “Una storia semplice” non ci sono eroi “(…) ma solo mezzi uomini –mezzi poliziotti e mezzi carabinieri, mezzi magistrati, mezzi preti, mezzi testimoni. Gente un po’ rozza e un po’ pavida, che s’aggiusta l’esistenza scansando i problemi (…)”.La lettura di brevi righe dello scrittore siciliano, a mio giudizio, fa riflettere il lettore, come dicevo, su temi, oggi, ampiamente dibattuti. Mi colpiscono anche le parole e l’eleganza dello stile. Tra le prime pagine, un particolare, -a prima lettura, irrilevante-, mi ha colpito, mi ha fatto sorridere e, spesso, mi ritorna in mente. Mi riferisco alla pagina in cui si racconta dell’arrivo di “tutti quelli che dovevano arrivare: questore, procuratore della Repubblica, medico, fotografo, un giornalista prediletto dal questore (…)”. Mi piace, in particolare, la descrizione dell’arrivo delle automobili e mi domando quali posano essere stati i motivi che hanno indotto lo scrittore alla precisazione “Sei o sette automobili che anche dopo che erano arrivate continuarono a rombare, stridere e urlare (…)”. La lettura di quelle righe mi lascia pensare al protagonismo di cui –secondo quello che si legge spesso sui quotidiani e settimanali- sarebbero affette persone che, quanto meno per il ruolo ricoperto, dovrebbero apparire, dinanzi all’opinione pubblica, più equilibrate e riservate.
Inquietante è, poi, la filosofia dei protagonisti -dei mezzi uomini come li definisce Purgatori- che emerge dalle prime pagine e, in particolare, laddove il questore sentenzia: “Suicidio” (…) e ancora, dopo il tentativo del brigadiere di far rilevare i suoi sospetti, sempre il questore: “Suicidio, caso evidente di suicidio” (….) “Questo è un caso semplice, bisogna non farlo montare e sbrigarcene al più presto” (…).
Straordinaria, poi, la descrizione dell’interrogatorio tra il Procuratore della Repubblica e il suo maestro di scuola. Un Procuratore che ricorda al maestro i propri insuccessi nella lingua italiana e che chiede spiegazioni sui motivi per cui, nei componimenti d’italiano, prendeva sempre tre perché copiava mentre, un giorno, aveva preso cinque. Il maestro risponde che, probabilmente, quel giorno, aveva copiato da un autore più intelligente. Il procuratore si giustifica dicendo che, in effetti, era “piuttosto debole in italiano”, però, a suo dire, non era stato “un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica”. La risposta del modesto ma saggio maestro manifesta, in maniera inequivocabile, un dato di fatto difficilmente contestabile. Il professore, infatti, risponde che “l’italiano non è l’italiano: è il “ragionare” (…). “Con meno italiano (…) sarebbe forse ancora più in alto”.
Sconvolgente, poi, quasi alla conclusione del romanzo, dopo “l’incidente” fatale per il “sospettato” commissario, è la domanda che il magistrato rivolge al colonnello e al questore non appena, quest’ultimo, finisce di relazionare sulle indagini e sugli indizi che, confessa, non aveva considerato come doveva: “Ma caro questore, ma caro colonnello, questo è troppo poco…. Se provassimo a ribaltare questa storia nella considerazione che il brigadiere mente e che è lui il protagonista dei fatti di cui accusa il commissario?”
“Una storia semplice” è stato considerato, da alcuni, un esempio di malagiustizia, di corruzione, di “intrecci illeciti che coinvolgono e minano le istituzioni stesse, in primo luogo la giustizia”, e, purtroppo, a mio giudizio, potrebbe, ancora oggi, essere immaginato anche in altri ambienti e in altri contesti. Immaginato se non, purtroppo ancora più facilmente, raccontato visto che ci sono casi reali e non immaginari.
Mi è capitato, sia in esperienze personali che professionali, di venire a conoscenza di storie che si pretendeva di archiviare, addirittura, come “semplici” ma che, invece, tali non erano.
Faccio solo qualche piccolo esempio. Ho assistito, più volte, alla presentazione di denunce per usura ed estorsione in cui il denunciante esponeva pretese, da parte di istituti di credito, contrarie all’ordinamento e alla giurisprudenza. A mio giudizio è, innanzitutto, assurdo ed inconcepibile che a ricevere denunce per fatti che, spesso, manifestano, sin dall’inizio, la loro complessità possano essere abilitate persone che, a leggere i verbali di resa denuncia, ci si chiede presso quale scuola elementare abbiano conseguito l’abilitazione a continuare gli studi. Mi è capitato, poi, di leggere, insieme a tantissimi provvedimenti che manifestano la preparazione, l’imparzialità e l’equilibrio di cui, per fortuna, sono dotati tanti magistrati, anche richieste di archiviazione motivate “semplicemente” sulla circostanza che il tasso d’interesse pattuito non era usurario senza, però, che fosse stato analizzato l’intero rapporto secondo gli insegnamenti della giurisprudenza. So bene che, in presenza di una fondata e motivata opposizione alla richiesta di archiviazione, le indagini possano proseguire e, magari, concludersi con l’imputazione. Intendo, tuttavia, sottolineare l’inconcepibile perdita di tempo che comporta la mancanza di specializzazione –o l’inerzia nel perseguire alcuni crimini per le più svariate e recondite ragioni- da parte degli organi competenti. Non bisogna essere avvocati per capire che perdere tempo, all’inizio delle indagini di un processo penale, significa causare la perdita delle fonti di prova; significa trascurare l’adozione delle misure cautelari reali o personali che possono evitare, tra l’altro, anche la reiterazione dei reati o l’aggravamento delle conseguenze di quelli già commessi; significa, in sostanza, volere assicurare l’impunità ai colpevoli.
Nel caso delle indagini in materia finanziaria, bancaria, nei delitti di concussione, corruzione o, per dirla in breve, nelle indagini per delitti commessi dai “colletti bianchi”, occorre l’imparzialità, un’adeguata preparazione e la passione per il proprio lavoro. In mancanza di queste “virtù” ci sarà sempre qualcuno che scambierà –o riterrà comodo scambiare- la vittima per un “semplice debitore” rompiscatole; che preferirà pensare che si tratti di “un’altra storia semplice” di persona che non paga (gli usurai) e, poi, denuncia.
Mi pare che nessuno dubiti sulla necessità dell’adozione di misure cautelari nei confronti dello strozzino “professionista” (cioè quello notoriamente dedito ad attività delinquenziale). Sono certo che, in questi casi, si mobilita, come è doveroso, un pool di magistrati e Forze dell’Ordine e, nel giro di poche ore, lo strozzino è assicurato alla giustizia. Se, però, le stesse condizioni usurarie od estorsive sono richieste da un direttore di una filiale di un istituto di credito o da un suo superiore (che dovrebbe essere, dunque, ancora più consapevole dell’illiceità della pretesa), il “trattamento” che vedo loro riservato, a mio parere, è più “soft”. Magari lo si iscrive sul registro degli indagati, se ne richiede il rinvio a giudizio, ma lo si lascia al suo posto. Tutto procede con più calma.
I presunti legami affaristici tra alcuni magistrati e un istituto di credito -oggetto di un procedimento penale presso la Procura di Catanzaro e di richiesta di azione disciplinare da parte del Ministro della Giustizia- di cui si sono occupati, nelle scorse settimane, gli organi d’informazione, spero che non sussistano (fatti analoghi, però, due anni fa, sono stati lamentati, anche altrove, da un’associazione antiusura). Se le accuse dovessero, invece, risultare fondate, spero che tali legami non siano –e non siano stati- così diffusi da costituire la ragione della diversità di trattamento -a seconda di chi sia il denunciato- nei procedimenti per usura ed estorsione o da spiegare i motivi per cui, così facilmente, si sottovalutano –o si siano sottovalutate- le denunce e le richieste di misure cautelari quando il denunciato sia il responsabile di un istituto di credito.
Malgrado tutto, sono ottimista. Dimenticavo, d’altronde, che l’Italia, culla del diritto (anche se non è mancato chi l’ha definita la “bara” del diritto), prevede, dal 1996, la figura del Commissario Straordinario per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura e, addirittura, il Comitato di solidarietà. Le vittime, quindi, poTREBBERO stare proprio tranquille. La legge prevede un Commissario Straordinario e un Comitato di solidarietà. Insomma, …….. una solidarietà straordinaria, per cui questi organi non potranno che osservare –e fare osservare- la legge antiusura ed antiracket. Se dovessero, mai, sorgere dubbi sull’interpretazione della normativa, sono certo che la comprovata esperienza di cui, per essere nominato, deve godere il Commissario non potrà che fare immediata applicazione delle regole di ermeneutica imposte dall’ordinamento. Anzi, è stata creata un’apposita struttura che, dalla lettura della legge, pare debba essere super efficiente e dotata di giuristi esperti nel contrasto all’usura e all’estorsione nonché nella tutela delle vittime. I legami tra magistrati ed istituti di credito di cui hanno parlato i giornali saranno, di certo, insussistenti e, comunque, tutte le vittime di usura e di estorsione possono stare tranquille. “Denuncia l’usuraio. Ti conviene”: l’ho visto scritto, perfino, in un manifesto appeso in alcune caserme e all’interno delle stazioni ferroviarie; l’ho sentito consigliare anche attraverso uno spot diffuso sulla principale rete nazionale. Anni fa, poi, uno spot televisivo di un’emittente locale leccese (nella patria del balocco) mandava in onda, per rendere noto l’apposito ufficio presso la Prefettura, immagini con volanti delle Forze dell’Ordine che sgommavano e correvano (chissà dove, forse, a casa della vittima). Chissà quante persone, avendone i presupposti, avranno usufruito dei benefici previsti dalla normativa antiusura ed antiracket, quante vittime salvate dal suicidio (in un decennio, a partire dal 1995, pare che, in Italia, ce ne siano stati duemila, forse, non tutti debitori!) e quante famiglie di vittime lasciate serene nelle proprie abitazioni grazie al Commissario Straordinario, al Comitato di solidarietà, ai Prefetti e ai magistrati imparziali! Mi chiedo: le vittime, oggi, possono credere che ci siano, davvero, legami tra alcuni magistrati e alcuni istituti di credito? E, potrebbero mai avere ragione di credere che, in caso, ad esempio, di usura od estorsione commessa anche da rappresentanti di banche, il Commissario Straordinario e il Comitato di solidarietà non tutelino le vittime adeguatamente nei modi e tempi previsti dalla legge o si rendano complici contribuendo a fare aumentare le sofferenze? Si potrebbe, mai, pensare, dalla lettura della normativa antiusura ed antiracket, che il Commissario Straordinario, il Comitato e i Prefetti, per la concessione dei benefici, possano essere condizionati da altri fattori se non dai presupposti richiesti dalla legge e confermati necessari dalla giurisprudenza? Vorrei tanto credere e rispondere di no.
Sarebbe inevitabile, altrimenti, il peggioramento del già profondo senso di sfiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia e il timore che, proprio negli uffici dove la pubblica amministrazione, attraverso ogni suo funzionario, dovrebbe onorare e servire il popolo sovrano, vadano aumentando -e, ancora peggio, si lascino seduti sulle proprie poltrone-, ancora più dei mezzi uomini, quelli che Sciascia poneva ad un livello ancora più sotto: i sempre presenti quaquaraquà. Roberto Di Napoli
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21 Marzo 2007- Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. …Che non sia solo una volta l’anno!
Pubblicato da: Roberto Di Napoli su 21 marzo 2007

Ho scelto di far nascere questo blog oggi, 21 Marzo 2007, in un giorno importante. Il 21 Marzo è una di quelle poche date che, come il giorno di Natale, di Pasqua e di Capodanno, entra facilmente nella mente sin da bambini. Si associa all’equinozio di primavera. L’inizio del bel tempo. Da alcuni anni, in Italia, è divenuta anche una data che, spero, entri, con altrettanta facilità, nel cervello e nel cuore di ognuno di noi. E’ diventata la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Per non dimenticare quanti, nel nome della legalità, dell’umanità, del senso della giustizia, hanno incontrato, nel corso della loro vita o, purtroppo, spesso, un istante prima della loro morte, il grande nemico con più facce: le mafie. Temo, però, che l’indifferenza che regna nel corso dell’anno di fronte alla capacità della mafia di infiltrarsi nei settori più diversi senza necessariamente fare uso della violenza fisica -ma utilizzando anche altri strumenti di pressione idonei, comunque, a raggiungere i medesimi scopi illeciti- possa, pian piano, ingenerare la convinzione che la mafia non esiste più o che sia, ormai, un fenomeno marginale. Che alcune persone sono morte per combatterla ma che sono stati catturati i responsabili. Temo, poi, che qualcuno possa pensare che, “….grazie all’istituzione di apposite strutture….“, “….della capillare presenza delle Forze dell’Ordine appositamente selezionate e scientificamente preparate per la lotta ad ogni forma di crimine….“, “… della creazione di pool….” possiamo stare tutti tranquilli e risparmiarci ogni fatica !!! Sarebbe, secondo me, il peggior modo per ricordare le vittime ed umiliare chi ancora non ha avuto giustizia in un Paese che, ormai, si caratterizza anche per la durata eccessiva dei processi e per l’impunità assicurata ai criminali al punto tale, forse, da non meravigliarsi se, un giorno, in qualche guida turistica o in qualche atlante, dovesse essere inserito, insieme all’indicazione della capitale, del reddito pro-capite e della popolazione, anche il numero di condanne di pagamento per equo indennizzo per irragionevole durata del processo, il numero di condanne per fatti riconducibili a reati mafiosi, il numero di proscioglimenti per intervenuta prescrizione od amnistia, il numero di domande di accesso al Fondo antiusura ed antiracket, i tempi dell’istruttoria finalizzata all’elargizione alle persone offese da tali riprovevoli delitti ed, infine, il numero di suicidi delle vittime di reati violenti non ascoltate da chi aveva, invece, il compito istituzionale di tutelarle. Bisognerebbe insegnare, nelle scuole, che la mafia si manifesta in vari modi. Non si riconosce, sempre, dalla pistola o dalla coppola. Anzi. Ormai, si nasconde benissimo. Non si vede facilmente. Può, però, facilmente essere “sentita”, “odorata” grazie al fetore che emanano i “portatori di mafia” diffusi, purtroppo, in vari ambienti; spesso, proprio in quelli che dovrebbero considerarsi immuni da ogni “umana” corruzione. E’ proprio la sensibilità ad avvertirla nonchè la capacità di schifarla e contrastarla ciò che bisogna imparare. Stando attenti, ovviamente, sia a non vedere mafia dappertutto sia a non illudersi che, dentro uno Stato (quale che esso sia), il fenomeno criminale non possa esistere. Ma quante sono le mafie e chi, quante, sono le vittime? Ho molto apprezzato l’editoriale di Don Luigi Ciotti sul quotidiano “Liberazione” di ieri 20 Marzo. Ha ricordato, fra l’altro, che non bisogna dimenticare “i morti vivi”, ossia, le vittime dell’usura, del racket e della droga. Molte persone, credo, hanno un’idea “limitata” del fenomeno mafioso. Dobbiamo, tutti, considerare -e per primi quanti ricoprono delicati (e remunerativi) incarichi istituzionali finalizzati al contrasto alla criminalità-, che vi è la mafia, anzi, le mafie, ma, ancora più pericoloso, c’è anche un “tumore” che può attaccare l’individuo sin dal suo nascere e che, se non curato, può intaccarne tutte le sue parti: è la coscienza, la personalità mafiosa, infatti, che va debellata. E’ un male oscuro che trova terreno fertile nell’ignoranza, nella paura e in quanti, privi di dignità e di consapevolezza delle proprie capacità, pur quando riescono ad avvertire la presenza di un “sistema”, decidono di convivere con esso aiutandolo, inconsapevolmente o consapevolmente, a farlo crescere. “Perché ribellarsi non conviene“. “Perché tanto hanno sempre ragione “loro”. “Perché ho famiglia“. “Perché, tanto, pure se denuncio, lo Stato non mi tutela“: sono miriadi le ragioni con cui ci si può giustificare. Ma bisogna ricordare, allora, che, in questo modo, si diventa complici. Bisogna ammirare, apprezzare e ringraziare, quindi, quelle associazioni e movimenti, quei preti coraggiosi che non si limitano alle omelie ma lottano insieme alla gente comune, i tantissimi eroi sconosciuti che, ogni giorno, in qualsiasi modo e secondo le loro capacità e possibilità, insegnano qualcosa e danno l’esempio. Spesso costoso. La lotta alla mafia, alle mafie, alla criminalità organizzata, al “sentire mafioso” deve essere affrontata ogni giorno. Bisogna, dunque, stare attenti a non limitarsi a ricordare le vittime delle mafie solo il 21 Marzo. Il 21 Marzo è solo un inizio. E’ -e deve essere- l’inizio della primavera. Una primavera che deve durare tutto l’anno con l’auspicio che il sole –che in quest’inverno del 2007 ci ha accompagnato, forse, un po’ troppo a tal punto da far preoccupare gli scienziati sulle condizioni del pianeta- inizi ad entrare nelle coscienze di tutti con una luce tale da abbagliare quell’altro tipo di “scienziati”: quei personaggi, ancora più pericolosi, che, spesso camuffati nei modi più diversi o più comodi (per loro), agevolano il crimine con le forme più variegate di collusione, con l’omertà, con la logica del “non posso fare nulla”. Sono “personaggi”, qualche volta anche ridicoli, che potrebbero starci accanto e, ancora più grave, potrebbero stare anche tra quanti dovrebbero aiutarci a combattere le mafie. Servono a ben poco, quindi, leggi o costose strutture per il contrasto a fenomeni mafiosi o criminali. Possono servire a “tamponare”, a reprimere, ma, se devono anche servire ad “educare”, sono inutili se non accompagnate dai fatti, dalla solidarietà e dall’umanità di cui tutti siamo responsabili. Tutti. Per primi coloro che, rappresentandoci nelle Istituzioni o ricoprendo appositi incarichi di “contrasto” alle mafie e alla criminalità, devono bene tenere presenti, ogni giorno, i loro compiti: compiti che non devono limitarsi alle chiacchiere, alle dichiarazioni di solidarietà “a fatto avvenuto”, alla lettura di dati statistici a pompose cerimonie (che, spesso, appaiono una autocelebrazione dei “successi” [loro imposti dall’ordinamento] e un ingenuo tentativo di nascondere il crimine laddove non si riesce o non si vuole combattere). Insieme a loro, ai nostri rappresentanti, ai servitori dello Stato, ai nostri funzionari, con non meno responsabilità ed, anzi, fornendo ogni ausilio, denunciando quando vi sono i presupposti di legge e pretendendo il rispetto delle regole, non dobbiamo dimenticare mai, però, che ci siamo anche noi a dovere cooperare per il primato della legalità: ogni giorno! Roberto Di Napoli
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