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Ribelliamoci ai privilegi rubati!

Posted by Roberto Di Napoli su 27 marzo 2007

Mi è capitato di leggere, su un quotidiano, la notizia di alcuni pubblici dipendenti di Gallipoli e Nardò, in provincia di Lecce, che sarebbero stati denunciati per truffa allo Stato. Sarebbero indagati in quanto, durante l’orario di lavoro, si sarebbero recati a svolgere attività del tutto personali dopo avere "timbrato il cartellino". Avevo paura che fatti del genere, in Italia, avessero acquisito una rilevanza paragonabile alla consuetudine data la loro diffusione e spesso, purtroppo, l’indifferenza collettiva. Pur con il massimo rispetto per la presunzione d’innocenza e sperando che l’opinione pubblica si astenga sempre dal giudicare soltanto sulla base di quanto si legge sui giornali o si ascolta in televisione visto che la realtà processuale è ben più complessa (e solo una lettura degli atti può consentire una valutazione sulla sussistenza degli elementi costitutivi di qualche fattispecie penale), credo, però, che fatti simili meritino una continua riflessione sul malcostume presente in alcuni uffici pubblici dove lavorano, però, anche, in maniera ineccepibile, persone instancabili e lodevoli.

A prescindere dalla sussistenza, nel caso concreto, di elementi di colpevolezza (che, certamente, non è possibile desumere dai giornali), chiunque si sarà trovato, spesso, negli uffici pubblici, di fronte ad episodi che manifestano analogo malcostume e che dovrebbero suscitare analoga ripugnanza. Credo, ad esempio, che dovrebbe causare pari ribrezzo (ammesso che, ripeto, i fatti riportati dagli organi d’informazione trovino, poi, conferma nei provvedimenti giudiziari definitivi) l’abuso del telefono spudoratamente utilizzato, a volte, dall’impiegato pubblico, per scopi diversi da quelli consentiti.

E cosa si dovrebbe dire dei pacchi regalo posati sui tavoli o appoggiati per terra nei periodi in cui ricorre qualche festività? E’ vero. Saranno, certamente, “affari privati”. Doni ricevuti da amici che nulla hanno a che fare con le loro funzioni: perché, però, devono essere portati in ufficio? Perché bisogna suscitare il pur minimo dubbio sulla correttezza nell’amministrazione pubblica? Sono tenuti i pubblici  funzionari ad osservare un minimo buon gusto? E dovrebbe essere piacevole vedere -se mai si vedessero- volanti della Polizia, vetture dei Carabinieri, dei Vigili o altre vetture di servizio (magari anche in zone pedonali), abbandonate in sosta, se gli agenti, magari pure in divisa, stessero prendendo il caffè, il cappuccino, il cornetto, il tramezzino o le patatine? Quanto dovrebbe durare la pausa loro consentita? Sarebbe permesso anche recarsi “a far merenda” in divisa e con l’autovettura della collettività? Credo che, al di là delle norme, debba esistere un minimo decoro. Dovrebbe esistere anche una coscienza civica che dovrebbe rifiutare ed impedire comportamenti -da parte di ogni pubblico dipendente- poco conformi con la delicatezza delle funzioni ricoperte. Al cittadino sono offerti gli strumenti per sporgere reclamo e, quando occorre, anche la denuncia. Ognuno di noi, se non vuole lamentarsi, dovrebbe avere, ad esempio, il coraggio di chiedere al dipendente di “abbassare la cornetta” del telefono quando non è utilizzato per fini “inerenti l’ufficio”; dovrebbe, poi, -sempre ad esempio e ragionando per assurdo: fatti del genere, in Italia, non è possibile che accadano- impedire che si utilizzi la fotocopiatrice per scopi altrettanto non tollerabili. Mi pare che esista un regolamento dei dipendenti pubblici nei rapporti con l’utenza affisso, spesso, anche sulle pareti dei corridoi. Non bisogna dimenticare, oltretutto, che esistono norme e organi disciplinari anche nel pubblico impiego.

Per quanto mi riguarda ho deciso che, d’ora in poi, in presenza di comportamenti del pubblico dipendente non conformi alle norme disciplinari, valuterò se segnalarlo agli organi competenti e, qualora dovessi essere convinto dell’abuso, sorveglierò che il reclamo non rimanga nel “cassetto”: qualora, invece, non facessi ciò, rifletterei prima di lamentarmi perché anch’io, con le mie omissioni, avrò contribuito a concedere lussi simili a mie spese. Roberto Di Napoli

Posted in cartellino con troppo inchiostro, degrado pubblica amministrazione, truffe allo stato | 1 Comment »

21 Marzo 2007- Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. …Che non sia solo una volta l’anno!

Posted by Roberto Di Napoli su 21 marzo 2007

il blog per la difesa dei diritti civili

Ho scelto di far nascere questo blog oggi, 21 Marzo 2007, in un giorno importante. Il 21 Marzo è una di quelle poche date che, come il giorno di Natale, di Pasqua e di Capodanno, entra facilmente nella mente sin da bambini. Si associa all’equinozio di primavera. L’inizio del bel tempo. Da alcuni anni, in Italia, è divenuta anche una data che, spero, entri, con altrettanta facilità, nel cervello e nel cuore di ognuno di noi. E’ diventata la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Per non dimenticare quanti, nel nome della legalità, dell’umanità, del senso della giustizia, hanno incontrato, nel corso della loro vita o, purtroppo, spesso, un istante prima della loro morte, il grande nemico con più facce: le mafie. Temo, però, che l’indifferenza che regna nel corso dell’anno di fronte alla capacità della mafia di infiltrarsi nei settori più diversi senza necessariamente fare uso della violenza fisica -ma utilizzando anche altri strumenti di pressione idonei, comunque, a raggiungere i medesimi scopi illeciti- possa, pian piano, ingenerare la convinzione che la mafia non esiste più o che sia, ormai, un fenomeno marginale. Che alcune persone sono morte per combatterla ma che sono stati catturati i responsabili. Temo, poi, che qualcuno possa pensare che, “….grazie all’istituzione di apposite strutture….“, “….della capillare presenza delle Forze dell’Ordine appositamente selezionate e scientificamente preparate per la lotta ad ogni forma di crimine….“, “… della creazione di pool….” possiamo stare tutti tranquilli e risparmiarci ogni fatica !!! Sarebbe, secondo me, il peggior modo per ricordare le vittime ed umiliare chi ancora non ha avuto giustizia in un Paese che, ormai, si caratterizza anche per la durata eccessiva dei processi e per l’impunità assicurata ai criminali al punto tale, forse, da non meravigliarsi se, un giorno, in qualche guida turistica o in qualche atlante, dovesse essere inserito, insieme all’indicazione della capitale, del reddito pro-capite e della popolazione, anche il numero di condanne di pagamento per equo indennizzo per irragionevole durata del processo, il numero di condanne per fatti riconducibili a reati mafiosi, il numero di proscioglimenti per intervenuta prescrizione od amnistia, il numero di domande di accesso al Fondo antiusura ed antiracket, i tempi dell’istruttoria finalizzata all’elargizione alle persone offese da tali riprovevoli delitti ed, infine, il numero di suicidi delle vittime di reati violenti non ascoltate da chi aveva, invece, il compito istituzionale di tutelarle. Bisognerebbe insegnare, nelle scuole, che la mafia si manifesta in vari modi. Non si riconosce, sempre, dalla pistola o dalla coppola. Anzi. Ormai, si nasconde benissimo. Non si vede facilmente. Può, però, facilmente essere “sentita”, “odorata” grazie al fetore che emanano i “portatori di mafia” diffusi, purtroppo, in vari ambienti; spesso, proprio in quelli che dovrebbero considerarsi immuni da ogni “umana” corruzione. E’ proprio la sensibilità ad avvertirla nonchè la capacità di schifarla e contrastarla ciò che bisogna imparare. Stando attenti, ovviamente, sia a non vedere mafia dappertutto sia a non illudersi che, dentro uno Stato (quale che esso sia), il fenomeno criminale non possa esistere. Ma quante sono le mafie e chi, quante, sono le vittime? Ho molto apprezzato l’editoriale di Don Luigi Ciotti sul quotidiano “Liberazione” di ieri 20 Marzo. Ha ricordato, fra l’altro, che non bisogna dimenticare “i morti vivi”, ossia, le vittime dell’usura, del racket e della droga. Molte persone, credo, hanno un’idea “limitata” del fenomeno mafioso. Dobbiamo, tutti, considerare -e per primi quanti ricoprono delicati (e remunerativi) incarichi istituzionali finalizzati al contrasto alla criminalità-, che vi è la mafia, anzi, le mafie, ma, ancora più pericoloso, c’è anche un “tumore” che può attaccare l’individuo sin dal suo nascere e che, se non curato, può intaccarne tutte le sue parti: è la coscienza, la personalità mafiosa, infatti, che va debellata. E’ un male oscuro che trova terreno fertile nell’ignoranza, nella paura e in quanti, privi di dignità e di consapevolezza delle proprie capacità, pur quando riescono ad avvertire la presenza di un “sistema”, decidono di convivere con esso aiutandolo, inconsapevolmente o consapevolmente, a farlo crescere. “Perché ribellarsi non conviene“. “Perché tanto hanno sempre ragione “loro”. “Perché ho famiglia“. “Perché, tanto, pure se denuncio, lo Stato non mi tutela“: sono miriadi le ragioni con cui ci si può giustificare. Ma bisogna ricordare, allora, che, in questo modo, si diventa complici. Bisogna ammirare, apprezzare e ringraziare, quindi, quelle associazioni e movimenti, quei preti coraggiosi che non si limitano alle omelie ma lottano insieme alla gente comune, i tantissimi eroi sconosciuti che, ogni giorno, in qualsiasi modo e secondo le loro capacità e possibilità, insegnano qualcosa e danno l’esempio. Spesso costoso. La lotta alla mafia, alle mafie, alla criminalità organizzata, al “sentire mafioso” deve essere affrontata ogni giorno. Bisogna, dunque, stare attenti a non limitarsi a ricordare le vittime delle mafie solo il 21 Marzo. Il 21 Marzo è solo un inizio. E’ -e deve essere- l’inizio della primavera. Una primavera che deve durare tutto l’anno con l’auspicio che il sole –che in quest’inverno del 2007 ci ha accompagnato, forse, un po’ troppo a tal punto da far preoccupare gli scienziati sulle condizioni del pianeta- inizi ad entrare nelle coscienze di tutti con una luce tale da abbagliare quell’altro tipo di “scienziati”: quei personaggi, ancora più pericolosi, che, spesso camuffati nei modi più diversi o più comodi (per loro),  agevolano il crimine con le forme più variegate di collusione, con l’omertà, con la logica del “non posso fare nulla”. Sono “personaggi”, qualche volta anche ridicoli, che potrebbero starci accanto e, ancora più grave, potrebbero stare anche tra quanti dovrebbero aiutarci a combattere le mafie. Servono a ben poco, quindi, leggi o costose strutture per il contrasto a fenomeni mafiosi o criminali. Possono servire a “tamponare”, a reprimere, ma, se devono anche servire ad “educare”, sono inutili se non accompagnate dai fatti, dalla solidarietà e dall’umanità di cui tutti siamo responsabili. Tutti. Per primi coloro che, rappresentandoci nelle Istituzioni o ricoprendo appositi incarichi di “contrasto” alle mafie e alla criminalità, devono bene tenere presenti, ogni giorno, i loro compiti: compiti che non devono limitarsi alle chiacchiere, alle dichiarazioni di solidarietà “a fatto avvenuto”, alla lettura di dati statistici a pompose cerimonie (che, spesso, appaiono una autocelebrazione dei “successi” [loro imposti dall’ordinamento] e un ingenuo tentativo di nascondere il crimine laddove non si riesce o non si vuole combattere). Insieme a loro, ai nostri rappresentanti, ai servitori dello Stato, ai nostri funzionari, con non meno responsabilità ed, anzi, fornendo ogni ausilio, denunciando quando vi sono i presupposti di legge e pretendendo il rispetto delle regole, non dobbiamo dimenticare mai, però, che ci siamo anche noi  a dovere cooperare per il primato della legalità: ogni giorno! Roberto Di Napoli

Posted in estorsione, lotta alla mafia, mafie, portatori di mafia, racket, usura, vittime | 3 Comments »